A San Salvatore Monferrato, con i Tantasà, per “Il vino tra storia e gusto”

Domenica 21 dicembre 2025, a San Salvatore Monferrato presso la Sala Polifunzionale, si è tenuto l’incontro «Il vino tra storia e gusto. Un viaggio tra tradizione, leggende, letteratura», organizzato dall’Associazione Tantasà. Con Enrico Beccaria, Luca Monti e Luca Gioanola
La locandina della manifestazione, a cura dell’Ass. Tantasà

L’incontro «Il vino tra storia e gusto. Un viaggio tra tradizione, leggende, letteratura», organizzato dall’Associazione Tantasà, domenica 21 dicembre 2025, a San Salvatore Monferrato presso la Sala Polifunzionale, alle ore 18, ha offerto un’ampia riflessione sulla cultura enologica, introdotta dall’assessore alla Cultura Enrico Beccaria che ha ricordato come l’associazione Tantasà operi dal 2013, con la convinzione (e il motto) che «dove c’è cultura si sta meglio». Enrico Beccaria ha anche ricordato che i dieci anni di attività dell’Associazione sono stati raccontati e raccolti in un libro «Tantasà. Dieci anni di Storie, Luoghi, Persone», pubblicato quest’anno da Serel Stefano Termanini Editore, a cura di Enrico Beccaria e Luca Monti.

La serata, condotta dal presidente Luca Monti e dall’enologo Luca Gioanola, ha tracciato un intero profilo della storia umana attraverso la storia del vino, che «accompagna la storia dell’uomo e la storia della civiltà». Entrando nel dettaglio delle civiltà antiche, Gioanola ha spiegato che le origini della viticoltura trovano un primo riferimento fondamentale nella Bibbia con la figura di Noè il quale, approdato con l’Arca sul monte Ararat in Mesopotamia, «pianta la vite e scopre l’ebbrezza». Studi scientifici basati sul DNA dei vinaccioli ritrovati nel Caucaso, tra Georgia e Armenia, confermano che la prima domesticazione della vite risalirebbe a circa 6000 anni prima di Cristo. Il racconto è poi passato a illustrare la civiltà degli Egizi, i primi – ha spiegato Luca Monti – a raccogliere viti e a lasciare testimonianze visive nelle decorazioni delle tombe: nella sola sepoltura di Tutankhamon sono state rinvenute trenta anfore di vino.

Proprio in Egitto nacque la prima forma di etichettatura: i sigilli sulle giare indicavano la qualità del prodotto e, nei geroglifici, veniva usato l’aggettivo «Nefer» (buono), che si ripeteva due volte quando il vino era molto buono e tre volte quando il vino era di ottima qualità.

da sinistra:
Luca Gioanola, Enrico Beccaria, Luca Monti
Luca Monti durante la sua presentazione

La diffusione della vite e del vino proseguì grazie ai Greci che, intorno al 4000 a.C., portarono i semi della vite nella Magna Grecia e in Sicilia, legando la bevanda al mito di Dioniso e alla letteratura, come dimostra l’episodio di Ulisse che utilizza il vino per stordire e quindi accecare Polifemo. Tuttavia, furono i Romani a trasformare il vino in un prodotto di eccellenza tecnica, scrivendo i primi trattati — come quello di Plinio il Vecchio — ed esportando la viticoltura grazie a Giulio Cesare, che portò la vite in Borgogna e nel Bordeaux. La sacralità del vino, sancita in modo definitivo nell’Ultima Cena e nei Vangeli, fu preservata durante il Medioevo dai monaci benedettini, per giungere all’epoca moderna con l’abate Don Pérignon e la nascita dello Champagne nel Settecento. È questa – ha spiegato Luca Gioanola – la «terza era del vino», quella della commercializzazione in bottiglia, seguita alla prima, quando il vino era trasportato in anfore, e alla seconda, ovvero l’epoca delle botti.

Particolarmente importante è il rapporto tra la Chiesa e il vino. Fondamentale nella liturgia, certo, ma non privo di spunti sorprendenti, benché collaterali: tra questi Luca Monti ha citato il caso del “Vino Mariani”, un tonico a base di Bordeaux e foglie di coca che vide tra i suoi testimonial persino Papa Leone XIII. Collegandosi alla letteratura, Luca Monti ha poi analizzato la celebre poesia San Martino di Giosuè Carducci attraverso le lenti della psicoanalisi di Freud, suggerendo che il vino possa aiutare l’uomo a «trovare la forza […] di superare le nostre difficoltà».

Tra i molti momenti rilevanti della serata, va citato quello dedicato a Ernesto Panza, l’illustre concittadino a cui San Salvatore ha intitolato la sua via principale. Gestore della storica ditta «Alessandro Panza e Figli», Ernesto Panza fu fornitore ufficiale per la Marina e l’Esercito Regio, ricoprendo anche il ruolo di podestà tra il 1930 e il 1944. Nominato Cavaliere del Lavoro, divenne presidente dell’Unione Italiana Vini e fu – ha detto Luca Monti – un «personaggio fondamentale […] che ha permesso di rendere il vino italiano un vino famoso anche all’estero», proteggendo le spedizioni ferroviarie verso mercati competitivi come Francia e Spagna. Il successo della famiglia Panza si è poi esteso al collezionismo, grazie al figlio Giuseppe Panza, che creò una delle collezioni d’arte contemporanea più importanti al mondo presso Villa Panza di Biumo, legando il benessere derivato alla famiglia dall’attività vinicola alla cultura d’avanguardia. A suggellare questo legame tra la famiglia Panza e l’arte resta la tomba monumentale locale, realizzata, probabilmente, a partire da un’idea del celebre architetto milanese Piero Portaluppi.

Luca Monti

Il «viaggio» ha infine toccato temi tecnici come la crisi della fillossera, risolta tramite l’innesto su radici americane, e l’identità dei vitigni locali. Se il Ruchè si distingue per le note di violetta e la Barbera — un tempo «vino-alimento» per le calorie fornite ai braccianti — rappresenta oggi l’eccellenza del territorio, un’attenzione particolare è stata dedicata al Grignolino. Quest’ultimo, citando la celebre definizione di Luigi Veronelli riportata da Gioanola, viene talvolta descritto «anarchico ribelle». Offre un’esperienza sensoriale «scorbutica» che divide gli animi. Gioanola ha spiegato che si tratta di un vino difficile da coltivare, caratterizzato da un colore molto scarico dovuto ai pochi antociani – pigmenti vegetali idrosolubili, appartenenti alla famiglia dei flavonoidi – contenuti nelle bucce, ma dotato di una componente di tannini molto importante che provoca una netta sensazione di astringenza sulle gengive e sulla mucosa. Nonostante questa sua natura tenace e “ribelle”, il Grignolino è capace di esprimere profumi raffinati di rosa e fragola, e la sua struttura tannica lo rende oggi oggetto di nuovi esperimenti di affinamento.

Insomma, il vino non è soltanto alcol, benché l’alcol nel vino ci sia e resti vera l’ammonizione al «bere responsabile». Se interpretato correttamente, infatti, ha concluso Luca Gioanola, il vino va molto oltre la sua componente alcolica per farsi «identità, territorio, cultura, aggregazione, socialità». E, come si è visto nella bella serata prenatalizia organizzata dall’Associazione Tantasà, cultura.|

Enrico Beccaria e Luca Monti”Tantasà. Dieci anni di Storie, Luoghi, Persone”, Serel International – Stefano Termanini Editore (ISBN 9788889401859)

25,00  Iva inclusa

Nata a San Salvatore Monferrato (AL) nel 2013, sull’onda di un’idea di cultura autonoma, aperta e inclusiva, capace di coinvolgere il territorio e riscoprirne la storia, l’associazione Tantasà ha dato vita in dieci anni a eventi memorabili, dal teatro diffuso alla riscoperta di luoghi insoliti, dalle letture dell’elenco telefonico del 1961 alle serate sui grandi…

E’ esistito un mondo di donne, molto prima di un mondo di uomini

Era tempo fa. Tanto tempo fa. Scriveva Johan Jakob Bachofen (1815-1887), archeologo e antropologo svizzero, nell’introduzione della sua opera più celebre e sconvolgente, “Il Matriarcato”: «Dalle epoche maggiormente conosciute dell’antichità veniamo rimandati a periodi più antichi; da un mondo di pensiero che ci è noto, a un altro interamente diverso e più remoto. […] Un mondo sconosciuto si apre al nostro sguardo».

Lo studio di Bachofen è, in vero, l’ambiziosissima ricerca di un autore straordinariamente sapiente ed erudito, capace di spaziare dalle testimonianze sul «diritto materno» dell’antica Licia all’analisi dei miti e alla corrispondenza con le posizioni dei corpi celesti; dall’idea di “fratellanza” presso gli antichi abitanti di Creta all’influsso sul benessere dello Stato della ginecocrazia (e al suo significato immateriale, svolto in coerenza con il concetto di “madre natura”, che poteva riferirsi, con significati diversi, ora alla terra ora alla luna). In Egitto – Bachofen deduceva e teorizzava – avevano dominato le donne e la figura mitologica di Demetra, la dea delle messi, figlia di Crono e Rea, era stata «base e modello» di un’intera civiltà. Poi qualcosa era accaduto. Alla società femminile, pacifica, armoniosa e gentile, era subentrata la società maschile; ne erano venuti il mito della forza fisica, della violenza e della guerra. Omero, con i suoi eroi che si combattono sotto le mura della città di Troia, con le sue mitologie di guerrieri, di elmi, lance e spade, è – rispetto alla storia che Bachofen si proponeva di far riaffiorare – un moderno.

Tra Omero, Gabriele d’Annunzio, il generale Armando Diaz, Winston Churchill, Thomas Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt (tanto per dire) non passa alcuna soluzione di continuità. C’è un abisso, invece, tra Omero e la Mater Matuta, la dea che accoglie il Sole quando nasce, la madre dell’aurora e la protettrice del parto, o le “madri” di Capua, che discendevano dal culto di Leucotea, la dea “che scorre sulla schiuma del mare”, nutrice di Dioniso bambino. Quel che ce n’è giunto, l’immagine trasmessaci dalla statuaria italica ed etrusca – splendida, talvolta, e più misteriosa, come nella figura conservata presso il Museo Archeologico di Firenze – è perlopiù la pallida e tarda sinopia di culti precedenti che onoravano, in Sardegna, la Grande Madre mediterranea, Ashtoreth in Fenicia, Astarte a Malta, Ishtar in Mesopotamia, Atar in Arabia, Hator nell’Antico Egitto.

Grande Dea Madre – Collezione Mainetti, New York e Mater Matuta – statua etrusca rinvenuta presso Chianciano

Franco Cascini nel suo «Viaggio nell’Età dell’Oro», Serel | Stefano Termanini Editore (lo trovi qui: https://bit.ly/3yeLFaF ) riprende questa idea, prima di Bachofen e poi di Marija Gimbutas (ispirandosi, in particolare, a un libro celebre e discusso: The civilization of the Goddess, 1991), secondo cui la preistoria fu delle donne. Era quella l’età dell’oro. Un’epoca felice, di accordo fra esseri umani e natura; l’epoca smemorata, di cui le grotte ornate ci hanno lasciato un’impressione leggiadra e sorpresa. Quasi che la vita fosse allora una danza. Vennero poi, dopo l’oro, tutti gli altri metalli: il rame, il bronzo, il ferro. E furono gli uomini, non le donne, a farne punte e frecce, lame e coltelli.

Se questo è un uomo

Il fatto

Non parteggio per nessuno. Non voglio preconcetti, li evito. Il giusto non l’ho in tasca, anche se mi sforzo di non sedergli lontano. Non sono putiniano, ma ammiro la cultura e certo ho amato e amo la letteratura russa. Sono stato in America e vi ho conosciuto gente semplice e buona, grandi lavoratori, uomini e donne fedeli e generosi. Mi hanno detto: “vieni anche tu. C’è spazio”. Ma io sono rimasto qui. L’Europa, da duemila anni, forse di più, è casa mia.

La guerra è la guerra, non l’igiene del mondo, ma la sospensione della legge della felicità e lo sprezzo della vita. Non vogliamo ricaderci come già cento, mille, diecimila volte. Non vogliamo la propaganda che la trasforma, da indicibile e inaccettabile, a scelta di campo e contigua fatalità.

Pochi giorni fa, al Tg1 delle 20, quello davanti cui siedono la metà forse delle famiglie italiane, è stata mostrata la morte in diretta. La morte prodotta col telecomando: come in un videogioco, un drone, controllato via computer, bombarda una trincea russa e (forse) uccide i soldati che la occupano. L’hanno fatto vedere. In tv. Nel primo canale che trasmette Domenica In e Quark, dove si parla dell’Italia Verde e Azzurra, dove si mostra urbi et orbi il Papa benedicente, ogni Natale e Pasqua. Ormai è normale – forti della consapevolezza che questa è una guerra giusta e che “noi siamo i buoni” – far vedere l’ucraino che uccide il russo per lo spettacolo delle buone famiglie italiane. Come un gladiatore contro la belva feroce, in tempi non animalisti.

Non sono insorte le anime belle. Ha taciuto l’Ordine dei Giornalisti. Io voglio dire, invece, se il soldato russo è un uomo, pensiamoci: c’è giustizia in chi fa vedere l’uccisione elettronica, videoludica, pret-à-porter, di un uomo? Se quello è un uomo, mandato dal suo ingiusto potere al fronte, e vale quanto te e quanto me, e tu lo fai uccidere (o lo vedi morire), per la sazietà spettatoria delle famiglie italiane, che dignità ti resta da difendere, per che cosa scendi in campo? Se è un uomo, quello che hai visto nella rappresentazione sfocata dello schermo e la sua e la tua vita è ormai un videogioco; se è un uomo, questo, che hai ucciso nell’abbruttimento della propaganda, come potremo pensare, oggi, domani, di insegnare ai nostri figli il valore della vita che dice il rispetto, la felicità, la cultura, la civiltà?

Lo spettacolo

Al Tg1 la bella inviata speciale, scarmigliati i biondi capelli al gelido vento dell’Est, parla con concitazione. Nel microfono, impugnato come il bastone del conte-duca d’Olivares, scandisce «più armi, più armi. Ci hanno detto che hanno bisogno di armi. Di più armi. Tutti ci ripetono la stessa cosa». Lampi alle sue spalle, missili, bombe, azioni di contraerea. L’Occidente deve essere compatto, lei dice, e chi sia il nemico è chiaro: «Più armi, più armi, per l’Occidente, per la libertà, per la democrazia, per la giustizia».

L’obiettivo gira, inquadra un carro armato. «È russo», spiega con soddisfazione il soldato ucraino. «L’abbiamo preso ai russi e ora lo usiamo contro di loro». Sorride, sornione, si compiace del successo. Hanno tolto alla tartaruga il suo guscio, al granchio le chele, all’uovo il tuorlo. «E i soldati russi che c’erano dentro?» «Non sono morti», si affretta l’ucraino in mimetica. Batte la mano sul cingolo, come sulla groppa di un lucido puledro. E pare volerci dire, suggerito dall’inviata speciale: la guerra non è poi così cattiva, se è fatta dai buoni. Non lo è così come la facciamo noi. Ci sono pur sempre pietà e regole nella nostra guerra. Noi combattiamo per la libertà, la democrazia e la giustizia; noi non scanniamo, noi non smembriamo. Noi conquistiamo e graziamo. Non è un ammazzatoio la guerra, se è fatta da noi. Da questa parte del reticolato, i despoti non ci sono più – e da molto molto tempo. Siamo tutti uguali quassù, quaggiù, qua-a-ovest. E state tranquilli che i soldati russi sono ora, come una tartaruga sgusciata, tra i due guanciali di un ospedale o sulle brande di un campo di redenzionamento e al caldo cantano di gratitudine e sorbiscono la loro buona minestra occidentale.

Una sorpresa ci attende. Non è ancora finita. La notte piena di lampi ha fatto spazio a un giorno crepuscolare e si va, dentro le jeep: «Ora vi facciamo vedere il quartier generale. Da qui si controllano tutte le operazioni». Scosta una tenda, entra in una sala giochi per soldati in mimetica, ed è buio intermittente per via degli schermi. Schiacciano pulsanti, i soldati in uniforme da campo, la testa cuspidata in un berretto di lana ogivale. La sala giochi della guerra: lei, la bella inviata speciale, ha messo occhiali da diva, alza la mano al volto, le unghie rosee e curate. E guarda. E ci fa guardare dentro gli schermi: è qui la guerra, giocata a colpi di joystick. «Sono i droni», spiega il soldato (si sente la voce ucraina sotto, tradotta per noi da un baritonale doppiatore pronipote di Cinecittà). «Qui la guerra la facciamo con i droni. Vedete laggiù? È una trincea russa. Il nemico lo vediamo e gli spariamo». Fuoco! Spara e colpisce, la macchia grigia annidata fra gli alberi diventa nera. È il missile, il suo impatto al suolo. Una striscia di fumo tra gli alberi, sulla neve. «Lo hanno preso?», domanda lei, ingenua e sorpresa. Ma sì, “preso”, lo hanno preso. Come il piattello al tiro al piattello, come la volpe il giorno della caccia alla volpe, come il tirasegno il pomeriggio del sabato, ai baracconi: se lo prendi, vinci. Picchia il pugno sul tavolo, piccoli, fitti pugni sul tavolo, il soldato ucraino tirocinato nella tramontante Abendland. Una mano colpisce l’altra. Dal pugno al palmo: è la sua soddisfazione che esplode, si esprime e si contiene. «Li abbiamo colpiti nelle trincee, c’è anche un blindato», dice. Noi siamo qui che guardiamo, attavolati, raccolti in famiglia, quieti della nostra buona coscienza. Noi lo sappiamo che vorremmo che il male scomparisse dalla faccia della Terra. Noi siamo i buoni, non è così? E allora, ve lo dico: siamo disposti a uccidere, noi, a fare a pezzi, purché il male sia sconfitto. A rincendiare Campo de’ Fiori. Irroghiamo e non deroghiamo: al rogo streghe, stregoni, despoti e irenisti! Sia dannato chi dubita della nostra nonviolenza! Sei hai paura, se ti fermi, se dirai “considerate se questo è un uomo”, tu sarai nemico tanto quanto il nemico che ascolta. Noi, che siamo i buoni, pur di sconfiggere il male, ci sacrificheremo sopraggiacendo a ogni malefatta. Dente per dente, occhio per occhio, missile per missile, tutto per tutto. Basta che sia finita, che sia la fine. Del male. Abbia la forma di quell’ombra sulla neve o di un carrarmato: noi ce la faremo. Noi siamo i buoni: non sei convinto che noi lo siamo?

Stacco. Vediamo la stanza, il volto, di nuovo la stanza. Il fondo che non sappiamo se è muro o tenda, piena degli occidentali strumenti del videogame della guerra. «Non sappiamo se sono vivi o morti», dice l’ucraino e il dubbio basti alla nostra coscienza, se ancora ci prudesse. Li vediamo nello schermo che inquadra lo schermo e, dopotutto, per annientare il male, occorre annientare chi lo fa – così va la vita! «Quando gli spariamo i russi corrono molto veloci. Anche noi corriamo veloci quando ci sparano. Tutti vogliamo vivere». [stefano termanini | 20.2.2023]