Sia il nuovo Palazzo Ducale la “casa del Doge” e sempre più la “casa” della cultura cittadina

Accanto agli spazi per le mostre temporanee, un percorso permanente nel Palazzo Ducale che verrà potrebbe rappresentare la vita quotidiana del Doge

di Stefano Termanini

Ci vuole Piano per rinnovare Spalla. Lo abbiamo letto in questi giorni: pur nel rispetto della sua identità architettonica, il Palazzo Ducale di Genova subirà un restyling che lo renderà ancora più vivo e funzionale. Quello di oggi, a cui siamo ormai abituati da oltre trentennale consuetudine, è il Ducale del 1992. Allora – non c’è chi non lo sappia o non lo ricordi – dopo un lunghissimo periodo di decadenza, superfetato di funzioni snaturanti, aliene dalla sua natura originaria, il Palazzo Ducale ritrovò la centralità culturale che tuttora gli riconosciamo.

Una volta l’ho detto anche in pubblico, ad apertura di un convegno: mi piace pensare che un luogo di potere sia diventato un luogo di cultura. Sono convinto che la cultura sia il più raffinato strumento di “potere” (se s’intende per “potere” l’avere, darsi e dare agli altri possibilità). Per tanti anni il Ducale è stato il luogo del “potere” (nell’altro senso). Chi ci si riuniva, lo faceva per esercitarlo. Oggi, invece, ci si riunisce al Ducale per crescere in quella cultura che è “potere”: ovvero possibilità. Maggiori e più raffinate possibilità di leggere e comprendere il mondo complesso attorno a noi. E così mi piace credere che al centro della città stia il “potere” della cultura che allarga gli orizzonti e che questo scambio, con cui la cultura ha preso il posto del “potere”, divenendo più “potere”, faccia parte di un progresso. Un progresso bello e importante, che pure oggidì, quasi a ogni passo (e tutti ormai ci dicono: troppo), pare ci piaccia mettere in discussione.

Per un po’ di anni, non pochi, dal 2017 al 2025 ho avuto l’onore e la responsabilità di rappresentare il Comune di Genova tra gli organi della Fondazione Palazzo Ducale. Sono stato prima membro, quindi presidente del Comitato dei Fondatori. Ebbene, mi dispiace non averci pensato allora, ma l’idea proprio non mi era venuta in mente. Mi è venuta in mente dopo, da un anno circa a questa parte, e certo si giova di quella mia precedente esperienza. La esprimo qui in breve, più avanti proverò ad argomentarla: il Palazzo Ducale è il maggior centro di cultura della città, straordinario in questa funzione, ma non è la “casa del Doge” che dovrebbe continuare a essere. Vorrei – è questa l’idea – che si prendesse in considerazione l’idea (uovo di Colombo, peraltro) di ricavare negli spazi del Ducale un’area dedicata alla vita del Doge, una sorta di percorso espositivo permanente sulla Genova che fu, dal 1528, quando Andrea Doria la fondò, fino al 1797, quando, sotto l’urto delle milizie rivoluzionarie francesi, il doge Giacomo Maria Brignole tirò dietro di sé il portone pesante del Palazzo – curiosità: poiché Genova è gattopardesca e tutto cambia perché nulla cambi, tornò a varcarlo quasi subito da presidente del governo provvisorio istituito da Napoleone Bonaparte, allora comandante generale dell’Armée d’Italie.

La mostra su Van Dyck («Van Dyck l’Europeo») che le ricerche e la sensibilità di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen ci hanno donato negli ultimi mesi, è stata straordinaria. L’ho visitata due volte, una all’inaugurazione, di fretta, e una da solo, nel silenzio di un lunedì mattina, preda di un attacco di Sindrome di Stendhal. E, tuttavia, come altre innumerevoli, meravigliose mostre che ho avuto il piacere e l’intima, intellettuale gioia di visitare in questi non pochi anni, e quelle del 2004, quando la città fu Capitale Europea della Cultura, e quelle della presidenza Borzani e quelle giunte in seguito, sotto le presidenze Bizzarri, Costa e Armella, una migliore dell’altra, le mostre che la programmazione del Ducale ci offre sono “temporanee”. Si studia decenni per pensarle, si lavora anni per organizzarle, occorrono mesi per allestirle, si visitano per un semestre al massimo. Vengono poi smontate, i capolavori tornano ciascuno nella collezione o nel museo cui appartengono e la tessitura ideale che li aveva raccolti – tessitura di intelligenti fila di ragno – pare svanire. Ci restano ricordi, immagini, splendidi cataloghi. In attesa di riallestirvi una nuova esposizione, il Palazzo torna vuoto.

E, invece, il Palazzo dovrebbe essere sempre pieno. So che lo è, ma lo è – sempre pieno – di iniziative sempre temporanee. Dico “pieno” di “cose” permanenti e niente quanto la vita del Doge – la vita dei Dogi – che qui regnò per i duecentocinquantanni della Repubblica, potrebbe essere altrettanto permanente. Abbiamo ammirato la Genova del Rubens, attraverso una mostra di pochi anni fa (era il 2022, la mostra aveva titolo «Rubens a Genova», curata da Nils Büttner e Anna Orlando); l’abbiamo ammirata nel luogo in cui si decideva della città. Quello che ci manca è sperimentare come si vivesse nel luogo in cui si decideva come si dovesse vivere in città: gli ambienti del “potere” (nel secondo significato che ho più sopra usato).

Ecco, dunque, la proposta, dopo l’idea: sia l’Appartamento del Doge quello che è stato, per cui ha il nome che porta. Il luogo della vita del Doge. Lo penso a vantaggio dei visitatori del Palazzo, naturalmente. Per interessare gli stranieri, i non genovesi o, come si dice a Genova con etichetta multipurpose, i “foresti”. Perché, una mostra, per quanto straordinaria, fa compiere pellegrinaggi culturali che sono proporzionalmente più lunghi tanto quanto maggiore è l’interesse e la specializzazione di chi li compie, ma ben di rado intercetta il visitatore occasionale. Il viaggiatore svagato, la famigliola di turisti in giro per la città non vanno a vedere la mostra dedicata a Van Dyck: è troppo impegnativa, non ne hanno il tempo, né, talvolta, la preparazione. Ma la stessa famigliola e lo stesso viaggiatore svagato andrebbero volentieri a visitare l’appartamento in cui viveva il Doge di Genova, ne ammirerebbero la stanza da letto e lo studio, le stanze in cui Genova veniva pensata e decisa. Come visitare tra mille – e millanta – anni il Quirinale. O lo Studio Ovale. Come visitare, in tante altre città italiane e straniere in cui i palazzi ducali e reali ospitano questa varietà di percorsi, camere regali, biblioteche, sale di banchetti e sale del trono.

Le due realtà, peraltro – quella di contenitore culturale per mostre temporanee e quella di percorso permanente – possono convivere

Guardiamo agli esempi fuori città – prendiamo esempio dagli altri. Il modello più interessante mi pare quello della convivenza fra tre dimensioni: il monumento storico, il percorso permanente che ne restituisce la funzione originaria e le esposizioni temporanee, che possono continuare a rinnovare periodicamente l’offerta culturale.

Guardiamo ai Musei Reali di Torino. Palazzo Reale conserva e rende visitabili gli appartamenti e le sale di rappresentanza della corte sabauda, con gli arredi, i dipinti, gli arazzi e le decorazioni originarie; nello stesso complesso convivono la Galleria Sabauda, l’Armeria, la Cappella della Sindone, il Museo di Antichità, la Biblioteca e gli spazi destinati alle attività espositive. Il visitatore può dunque attraversare gli ambienti nei quali si svolgeva la vita della corte e, nello stesso tempo, ammirare collezioni e proposte espositive differenti. Non a caso i Musei Reali di Torino sono un “sistema”, nel quale è la storia a far da filo conduttore per il visitatore – quello che programma la visita e quello occasionale, intercettato dalla sua stessa curiosità.

Guardiamo alla Reggia di Caserta. Gli Appartamenti Reali sono la casa dei sovrani: la distribuzione degli ambienti permette di comprendere come il palazzo fosse organizzato per il re, la regina, i principi, le principesse, la servitù e le diverse esigenze della famiglia reale. Il percorso racconta il modo in cui quegli spazi furono abitati e trasformati nel tempo. E poi ci sono gli spazi per le mostre temporanee, la Gran Galleria. La programmazione espositiva viene integrata nel percorso di visita senza che la leggibilità (e la “visitabilità”) della residenza storica sia compromessa. Conservazione, narrazione, uso degli spazi per attività a rotazione: nella Reggia di Caserta, il monumento e il museo convivono.

Guardiamo a Palazzo Pitti a Firenze, dove gli Appartamenti Reali introducono il visitatore alle diverse dinastie che hanno abitato il palazzo. Della Galleria Nazionale delle Marche, a Urbino, ricordo che mi colpirono straordinariamente due pezzi: la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca e lo Studiolo in cui il duca Federico da Montefeltro si raccoglieva a leggere. Da un lato aperto sul sapere che vi era conservato, dall’altro sulle dolci, verdi colline marchigiane.  

Guardiamo al Palazzo Ducale di Venezia – l’altra città ove, come a Genova, si dice “ducale” per dire “dogale”. Anche in questo caso il Palazzo è insieme grande spazio museale, luogo della memoria politica della Repubblica e sede di esposizioni temporanee. Da visitatore, ho attraversato l’Appartamento Ducale e le Stanze Istituzionali; ma so che altrove, in altre parti del palazzo, spesso si allestiscono esposizioni. Anche qui compresenza, insomma, non sostituzione: un palazzo ducale o reale può essere il privilegiato contenitore di esposizioni, conferenze, incontri culturali senza dover fare a meno della sua originaria (e originale) realtà. L’essere stato, cioè, il luogo da cui città, principati e regni sono stati regnati e amministrati.

C’è poco da fare. Bello o brutto che sia, il “potere” (nel secondo significato) attira sempre. È interesse per la storia, è voyeurismo che ama sbirciare nella vita dei potenti: forse entrambi, non so. A Versailles (ci siamo arrivati e vien da ricordarsi del «noi qui» del doge Lercari), il visitatore attraversa gli ambienti più privati del sovrano: camera, biblioteca, sale da pranzo, gabinetti di lavoro, spazi per le collezioni e per il tempo libero. Ci si va per capire lo sfarzo della monarchia francese al tempo di Luigi XIV, il re Sole, e l’organizzazione della vita quotidiana del re e della sua corte.

E ancora. Gli esempi sarebbero molti. A Vienna, nell’Hofburg, il visitatore vede gli appartamenti imperiali, mentre a Schönbrunn la reggia gli viene presentata come residenza abitata. Nell’Antico Palazzo Reale di Praga è stata realizzata una mostra permanente, The Story of Prague Castle, che racconta oltre mille anni di storia del complesso attraverso gli edifici, gli oggetti e soprattutto le persone che vi hanno vissuto e lavorato: sovrani, aristocratici, cortigiani, artisti, architetti, studiosi, commercianti e servitori. Il percorso affronta temi quali la residenza, il cibo, l’educazione, la religione, le sepolture e le trasformazioni architettoniche. Il palazzo diventa così non soltanto un contenitore di opere, ma un organismo storico nel quale si sono svolte vite, attività e relazioni.

Si potrebbe andare avanti. Questo, tuttavia, è il modello. Non si tratterebbe di “aggiungere un museo” agli spazi esistenti, ma di restituire al pubblico una dimensione che oggi troppo poco si vede: il Palazzo come fu vissuto.

Il percorso potrebbe raccontare chi fosse il Doge, perché risiedesse nel Palazzo, quali fossero i suoi spazi, chi gli lavorasse intorno, come si svolgesse la sua giornata, dove ricevesse gli ambasciatori, dove si prendessero le decisioni, come funzionasse il cerimoniale, quali fossero i rapporti fra il Doge, i Consigli e la città. Potrebbe mostrare, attraverso documenti, oggetti, arredi, immagini, ricostruzioni e strumenti digitali, la vita quotidiana della corte e degli uffici e, al tempo stesso, spiegare la peculiarità dell’istituzione dogale genovese.

Proprio questa peculiarità offre a Genova un’opportunità narrativa straordinaria. A Versailles si racconta la casa del Re; a Vienna quella dell’Imperatore; nelle grandi regge europee si racconta la vita della monarchia. A Palazzo Ducale si potrebbe invece raccontare la casa del Doge di una Repubblica: non un sovrano ereditario, ma un sovrano elettivo, che cambia ogni due anni. Dico di più: a Vienna, Torino, Caserta, Napoli, Parigi si racconta quasi soltanto la storia di una dinastia, le virtù, i vizi, le manie, le alleanze, i matrimoni, i tradimenti di Asburgo, Savoia, Borbone. A Genova, al Ducale, potrebbe essere messa in scena la storia di una città intera e delle numerose famiglie che se ne contesero il governo, una storia ben più varia e, per ampiezza, tanto più interessante della storia di una sola dinastia, per quanto illustre e potente.

Le mostre temporanee racconterebbero ogni volta qualcosa di nuovo; il percorso permanente racconterebbe invece ciò che non può cambiare: perché il Palazzo Ducale esiste, chi lo ha abitato, come funzionava e quale ruolo ha avuto nella storia della Repubblica di Genova. Sono convinto che i visitatori del Ducale sarebbero tanti di più, che sarebbero i più diversi: dai più raffinati cultori dell’arte ai curiosi della cultura. È così che deve essere, quando si tratta di cultura: deve essercene per tutti. In un mondo come il nostro, in cui la virtualità ci sottrae la realtà e il falso appare non di rado più verosimile del vero, poter “mettere le mani” sulla storia, sperimentare dove essa sia passata, sarà un valore sempre più inestimabile. Chi non ha storia già può inventarsela. Chi ce l’ha, godrà di un insuperabile privilegio. Purché impari a valorizzarla. [s.t. 27082026]

Carolina Italiani. «Riviera»

Mostra personale e anteprima del mezzaro di Portofino

Con la presentazione del libro «Verde Liguria» di Stefano Termanini e Roberto Orlando

Venerdì 22 maggio 2026, ore 17,30

Galleria Arte Studio  —  Piazzetta San Giovanni il Vecchio 2, Genova

Aperta fino al 30 maggio 2026

Oggi, venerdì 22 maggio 2026, alle ore 17,30, presso la Galleria Arte Studio, in piazzetta San Giovanni il Vecchio 2, a Genova, viene inaugurata la mostra personale di Carolina Italiani «Riviera», con l’anteprima del mezzaro di Portofino. La mostra resterà aperta fino al 30 maggio. A introdurla sarà Stefano Termanini, editore, autore con Roberto Orlando del libro «Verde Liguria» (Stefano Termanini Editore), che verrà presentato nella stessa occasione.

«Mi pare che il punto sia qui – dice Stefano Termanini –, poiché c’è sempre un “punto”, l’elemento che impedisce di compiersi al dramma frangibile della gravità; il “perno”, che regge, che motiva, che giustifica, che “tiene”. Il “punto” è riuscire a dire, ogni volta, quel che sta dietro una scena, un paesaggio, ovvero la bellezza della “Riviera”. Della “Liguria Verde”, di cui ci narrano gli acquerelli di Carolina Italiani e le fotografie di Roberto Orlando. Ogni volta che ho cercato di misurarmici, per immergermici e per raccontarla, ho trovato che la pittura di Carolina Italiani abbia la capacità di mettere a nudo, svelandoli senza mediazioni, gli elementi puri: il mare, il cielo del tramonto, le nubi, l’acqua e il vento, così come si intrecciano e si impastano durante una mareggiata; le rocce su cui l’onda si infrange. Questo mi piace forse più d’ogni altro carattere, il sapersi mettere a-tu-per-tu con le cose, e per la «Riviera» – proprio perché, trattando di “Riviera”, prima delle cose, ci viene incontro il loro mito – mi pare che ce ne sia anche più bisogno. Perfino più dei colori, che Carolina Italiani dosa con sapienza sulla superficie della carta fin quando, coprendola, ne fa una superficie seconda, diversa e nuova».

«Scegli un colore qualsiasi dalla mazzetta – dice Roberto Orlando, giornalista e fotografo, autore con Stefano Termanini di «Genova Infinita» e «Verde Liguria» – e la Liguria è in grado di declinarlo a modo suo. E di solito ti sorprende. Come mi è accaduto, per esempio, dopo aver deciso con Stefano Termanini di provare a raccontarli – in un libro di parole e immagini, ciascuno a modo suo, anche noi – queste infinite tonalità di colore, sempre scaldate da una luce, tipicamente ligure, che dal mare si riflette in cielo passando per i monti e viceversa, in un rimbalzo continuo che alla fine incanta. Il problema è riuscire a raffigurarlo questo incanto, con gli strumenti che la tecnologia e la tecnica fotografiche mettono a disposizione, pur nella solida consapevolezza che a un certo momento dell’operazione è indispensabile cercare di sconfinare nei territori dell’arte. Operazione che a Carolina Italiani riesce molto meglio che a me, con i risultati che oggi possiamo apprezzare nei suoi acquerelli».

Carolina Italiani — Nota biografica

Carolina Italiani, nata a Genova nel 1977, vive e lavora tra Genova e Venezia. Pittrice, illustratrice e grafica, si forma al Liceo Artistico Santa Dorotea sotto la guida di Luigi Sirotti e Paola Ginepri, dove acquisisce una solida base nella pittura en plein air ligure, con particolare attenzione alla luce e al paesaggio. Prosegue poi gli studi all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, frequentando i corsi di pittura di Guido Zanoletti e quelli di incisione e fotografia. Nel 1998 vince una borsa di studio all’Università Complutense di Madrid, dove approfondisce le tecniche di incisione e illustrazione — tema della sua tesi di laurea, discussa a Genova nel febbraio del 2000.

Il mare è un tema costante nella sua ricerca artistica: iscritta allo Yacht Club Italiano dal 1992, vince nel 1995 un concorso della Lega Navale Italiana e, nei primi anni Duemila, per tre anni consecutivi il concorso «Almirante Conde de Barcelona», legato alle regate della Coppa del Re di Spagna a Maiorca.

Nel 2004 consegue un Master in progettazione del costume teatrale alla Ligustica e collabora alla riapertura del Teatro alla Scala di Milano con la regia di Luca Ronconi. Nello stesso anno vince il concorso indetto da Giglio Bagnara, Il Secolo XIX e Genova 2004 per la Cultura con il «Mezzaro del Melograno», avviando una collaborazione pluriennale con l’azienda e un percorso nel tessile d’arte che culmina nel 2019 con il «Mezzaro Portu de Zena», in occasione del centocinquantenario di Giglio Bagnara.

Dal 2010 espone con regolarità presso la Galleria Arte Studio di Genova e partecipa a mostre in tutta Italia — Venezia, Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia — oltre che all’estero. Dal 2018 è docente ad Arca Formazione. Il suo nome figura nel Dizionario degli Artisti Liguri edito da De Ferrari, a cura di Leo Lecci e Paola Valenti.|

A San Salvatore Monferrato, con i Tantasà, per “Il vino tra storia e gusto”

Domenica 21 dicembre 2025, a San Salvatore Monferrato presso la Sala Polifunzionale, si è tenuto l’incontro «Il vino tra storia e gusto. Un viaggio tra tradizione, leggende, letteratura», organizzato dall’Associazione Tantasà. Con Enrico Beccaria, Luca Monti e Luca Gioanola
La locandina della manifestazione, a cura dell’Ass. Tantasà

L’incontro «Il vino tra storia e gusto. Un viaggio tra tradizione, leggende, letteratura», organizzato dall’Associazione Tantasà, domenica 21 dicembre 2025, a San Salvatore Monferrato presso la Sala Polifunzionale, alle ore 18, ha offerto un’ampia riflessione sulla cultura enologica, introdotta dall’assessore alla Cultura Enrico Beccaria che ha ricordato come l’associazione Tantasà operi dal 2013, con la convinzione (e il motto) che «dove c’è cultura si sta meglio». Enrico Beccaria ha anche ricordato che i dieci anni di attività dell’Associazione sono stati raccontati e raccolti in un libro «Tantasà. Dieci anni di Storie, Luoghi, Persone», pubblicato quest’anno da Serel Stefano Termanini Editore, a cura di Enrico Beccaria e Luca Monti.

La serata, condotta dal presidente Luca Monti e dall’enologo Luca Gioanola, ha tracciato un intero profilo della storia umana attraverso la storia del vino, che «accompagna la storia dell’uomo e la storia della civiltà». Entrando nel dettaglio delle civiltà antiche, Gioanola ha spiegato che le origini della viticoltura trovano un primo riferimento fondamentale nella Bibbia con la figura di Noè il quale, approdato con l’Arca sul monte Ararat in Mesopotamia, «pianta la vite e scopre l’ebbrezza». Studi scientifici basati sul DNA dei vinaccioli ritrovati nel Caucaso, tra Georgia e Armenia, confermano che la prima domesticazione della vite risalirebbe a circa 6000 anni prima di Cristo. Il racconto è poi passato a illustrare la civiltà degli Egizi, i primi – ha spiegato Luca Monti – a raccogliere viti e a lasciare testimonianze visive nelle decorazioni delle tombe: nella sola sepoltura di Tutankhamon sono state rinvenute trenta anfore di vino.

Proprio in Egitto nacque la prima forma di etichettatura: i sigilli sulle giare indicavano la qualità del prodotto e, nei geroglifici, veniva usato l’aggettivo «Nefer» (buono), che si ripeteva due volte quando il vino era molto buono e tre volte quando il vino era di ottima qualità.

da sinistra:
Luca Gioanola, Enrico Beccaria, Luca Monti
Luca Monti durante la sua presentazione

La diffusione della vite e del vino proseguì grazie ai Greci che, intorno al 4000 a.C., portarono i semi della vite nella Magna Grecia e in Sicilia, legando la bevanda al mito di Dioniso e alla letteratura, come dimostra l’episodio di Ulisse che utilizza il vino per stordire e quindi accecare Polifemo. Tuttavia, furono i Romani a trasformare il vino in un prodotto di eccellenza tecnica, scrivendo i primi trattati — come quello di Plinio il Vecchio — ed esportando la viticoltura grazie a Giulio Cesare, che portò la vite in Borgogna e nel Bordeaux. La sacralità del vino, sancita in modo definitivo nell’Ultima Cena e nei Vangeli, fu preservata durante il Medioevo dai monaci benedettini, per giungere all’epoca moderna con l’abate Don Pérignon e la nascita dello Champagne nel Settecento. È questa – ha spiegato Luca Gioanola – la «terza era del vino», quella della commercializzazione in bottiglia, seguita alla prima, quando il vino era trasportato in anfore, e alla seconda, ovvero l’epoca delle botti.

Particolarmente importante è il rapporto tra la Chiesa e il vino. Fondamentale nella liturgia, certo, ma non privo di spunti sorprendenti, benché collaterali: tra questi Luca Monti ha citato il caso del “Vino Mariani”, un tonico a base di Bordeaux e foglie di coca che vide tra i suoi testimonial persino Papa Leone XIII. Collegandosi alla letteratura, Luca Monti ha poi analizzato la celebre poesia San Martino di Giosuè Carducci attraverso le lenti della psicoanalisi di Freud, suggerendo che il vino possa aiutare l’uomo a «trovare la forza […] di superare le nostre difficoltà».

Tra i molti momenti rilevanti della serata, va citato quello dedicato a Ernesto Panza, l’illustre concittadino a cui San Salvatore ha intitolato la sua via principale. Gestore della storica ditta «Alessandro Panza e Figli», Ernesto Panza fu fornitore ufficiale per la Marina e l’Esercito Regio, ricoprendo anche il ruolo di podestà tra il 1930 e il 1944. Nominato Cavaliere del Lavoro, divenne presidente dell’Unione Italiana Vini e fu – ha detto Luca Monti – un «personaggio fondamentale […] che ha permesso di rendere il vino italiano un vino famoso anche all’estero», proteggendo le spedizioni ferroviarie verso mercati competitivi come Francia e Spagna. Il successo della famiglia Panza si è poi esteso al collezionismo, grazie al figlio Giuseppe Panza, che creò una delle collezioni d’arte contemporanea più importanti al mondo presso Villa Panza di Biumo, legando il benessere derivato alla famiglia dall’attività vinicola alla cultura d’avanguardia. A suggellare questo legame tra la famiglia Panza e l’arte resta la tomba monumentale locale, realizzata, probabilmente, a partire da un’idea del celebre architetto milanese Piero Portaluppi.

Luca Monti

Il «viaggio» ha infine toccato temi tecnici come la crisi della fillossera, risolta tramite l’innesto su radici americane, e l’identità dei vitigni locali. Se il Ruchè si distingue per le note di violetta e la Barbera — un tempo «vino-alimento» per le calorie fornite ai braccianti — rappresenta oggi l’eccellenza del territorio, un’attenzione particolare è stata dedicata al Grignolino. Quest’ultimo, citando la celebre definizione di Luigi Veronelli riportata da Gioanola, viene talvolta descritto «anarchico ribelle». Offre un’esperienza sensoriale «scorbutica» che divide gli animi. Gioanola ha spiegato che si tratta di un vino difficile da coltivare, caratterizzato da un colore molto scarico dovuto ai pochi antociani – pigmenti vegetali idrosolubili, appartenenti alla famiglia dei flavonoidi – contenuti nelle bucce, ma dotato di una componente di tannini molto importante che provoca una netta sensazione di astringenza sulle gengive e sulla mucosa. Nonostante questa sua natura tenace e “ribelle”, il Grignolino è capace di esprimere profumi raffinati di rosa e fragola, e la sua struttura tannica lo rende oggi oggetto di nuovi esperimenti di affinamento.

Insomma, il vino non è soltanto alcol, benché l’alcol nel vino ci sia e resti vera l’ammonizione al «bere responsabile». Se interpretato correttamente, infatti, ha concluso Luca Gioanola, il vino va molto oltre la sua componente alcolica per farsi «identità, territorio, cultura, aggregazione, socialità». E, come si è visto nella bella serata prenatalizia organizzata dall’Associazione Tantasà, cultura.|

Enrico Beccaria e Luca Monti”Tantasà. Dieci anni di Storie, Luoghi, Persone”, Serel International – Stefano Termanini Editore (ISBN 9788889401859)

25,00 € Iva inclusa

Nata a San Salvatore Monferrato (AL) nel 2013, sull’onda di un’idea di cultura autonoma, aperta e inclusiva, capace di coinvolgere il territorio e riscoprirne la storia, l’associazione Tantasà ha dato vita in dieci anni a eventi memorabili, dal teatro diffuso alla riscoperta di luoghi insoliti, dalle letture dell’elenco telefonico del 1961 alle serate sui grandi…