Presentazione de “Il ragazzo e il mare” di Andrea Massimo Caselli, Stefano Termanini Editore
Nelle pagine de “Il ragazzo e il mare” (Stefano Termanini Editore) di Andrea Massimo Caselli l’epica ruvida della navigazione mercantile. Un viatico per le nuove generazioni, ben oltre la finzione letteraria.

C’è un’epica del mare che la letteratura ha sovente edulcorato, piegandola alle esigenze del romanticismo, dell’avventura esotica o del dramma interiore. Ma la navigazione contemporanea, sfrondata dalla finzione narrativa, restituisce una grammatica dell’esistenza severa, scandita dai ritmi con cui si succedono le guardie e dalle solitudini dei lunghi transiti oceanici.
In questo perimetro di nudo realismo si inscrive Il ragazzo e il mare, il volume del comandante Andrea
Caselli da poco dato alle stampe (maggio 2026) da Stefano Termanini Editore [Caro Lettore, se è di tuo interesse, lo puoi acquistare subito da qui!]
Il libro è stato al centro di una presentazione che è diventata quasi subito una riflessione corale, svoltasi sabato 23 maggio presso l’Osteria A Ribotta, un luogo la cui dimensione colloquiale e “terragna” ha
fatto da giusto contrappunto alla vastità liquida evocata dai relatori.
A porre la questione dirimente – che attiene allo statuto stesso della narrazione e al suo rapporto con l’autenticità – è stato l’editore Stefano Termanini. In un panorama editoriale affollato di finzioni, il discrimine risiede nel peso specifico dell’esperienza vissuta. «Quando una storia sa parlare la lingua della verità», ha detto Stefano Termanini, «ci porta con sé, dentro la sua verità».
Il volume di Andrea M. Caselli si configura dunque non come esercizio memorialistico, non come una autobiografia (la quale sarebbe, in vero, impropria, data l’età ancora molto giovane dell’autore, specie in relazione ai suoi eccezionali risultati professionali), ma come strumento di orientamento, come un sillabario (o un sestante) necessario per chiunque si affacci a una professione che «richiede impegno, costanza, grande e integra serietà» e che, per sua stessa natura ineludibile, «non fa sconti a nessuno».
La conferma di tale rigore è giunta, nitida e priva di orpelli, dalla voce del comandante Giovanni Lettich, già capo Piloti del Porto di Genova. La sua disamina ha esplorato il microcosmo della nave mercantile, un ecosistema chiuso in cui le gerarchie sono inscindibili dalla sopravvivenza e dove le competenze tecniche si fondono con l’assoluta necessità dell’umano. L’irruzione della grande Storia nel quotidiano di bordo è
emersa con forza nel ricordo di un drammatico soccorso nel Canale di Sicilia, con il recupero di duecentoundici naufraghi. Un evento che impone il governo assoluto delle emozioni: «Soccorrerli e averli a bordo, vedere anche le facce dei bambini… – ha detto il comandante Lettich, che ha ricordato e lodato i marittimi che, in quella circostanza, a proprio rischio, hanno prestato un vitale soccorso – è veramente scioccante, ma dobbiamo essere professionali». È in questa dedizione totale che si consuma la definitiva sovrapposizione tra l’individuo e il proprio ruolo, un concetto che il comandante Lettich ha sintetizzato in una formula ineccepibile: «La nostra professione non è una professione, è una vita. Si lavora, ma si vive».
L’autore, il comandante Andrea Caselli, ha restituito alla platea la genesi privata di quest’opera, nata nel silenzio del proprio alloggio, «alla sera a fine guardia, in cabina». Il motore della scrittura è stato un profondo senso di responsabilità verso i futuri ufficiali, la volontà di consegnare loro un «imprinting» non contraffatto della vita marittima. Lungi da qualsiasi autocelebrazione, la testimonianza di Andrea Caselli ha assunto i tratti di una pacata accettazione del proprio destino professionale, un’appartenenza viscerale che precede persino la scelta individuale: «Il mare ha scelto me – dice – , non sono io che ho
scelto il mare». Una consapevolezza che sfocia nella certezza assoluta di una vocazione compiuta: «Se tornassi indietro rifarei quello che ho fatto».
Eppure, questa complessa liturgia del mare è oggi attraversata da sotterranee e feconde correnti di rinnovamento sociale. A ricordarlo, ampliando lo sguardo verso l’orizzonte formativo, è intervenuta dal pubblico la vicepreside dell’Istituto Nautico.
Affermando l’eccellenza di una filiera scolastica troppo spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, ha tracciato il profilo di una scuola capace di generare solide prospettive: «Gli istituti nautici d’Italia
sono un fiore all’occhiello… i nostri ragazzi lavorano tutti», ha detto. Un settore in profonda mutazione demografica, forte dell’innesto di nuove energie che scardinano antichi monopoli di genere: «C’è l’11-12% di presenze femminili, quindi le ragazze ci sono, sono motivate, sono brave».
Il ragazzo e il mare si rivela, e chi lo leggerà avrà modo di scoprirlo, il punto di giunzione tra una
tradizione rigorosa e il suo futuro inevitabile. Un passaggio di consegne scritto sulle onde, affinché chi salirà domani la passerella di imbarco sappia quale rotta lo attende.| (s.t.)




