Accanto agli spazi per le mostre temporanee, un percorso permanente nel Palazzo Ducale che verrà potrebbe rappresentare la vita quotidiana del Doge
di Stefano Termanini
Ci vuole Piano per rinnovare Spalla. Lo abbiamo letto in questi giorni: pur nel rispetto della sua identità architettonica, il Palazzo Ducale di Genova subirà un restyling che lo renderà ancora più vivo e funzionale. Quello di oggi, a cui siamo ormai abituati da oltre trentennale consuetudine, è il Ducale del 1992. Allora – non c’è chi non lo sappia o non lo ricordi – dopo un lunghissimo periodo di decadenza, superfetato di funzioni snaturanti, aliene dalla sua natura originaria, il Palazzo Ducale ritrovò la centralità culturale che tuttora gli riconosciamo.
Una volta l’ho detto anche in pubblico, ad apertura di un convegno: mi piace pensare che un luogo di potere sia diventato un luogo di cultura. Sono convinto che la cultura sia il più raffinato strumento di “potere” (se s’intende per “potere” l’avere, darsi e dare agli altri possibilità). Per tanti anni il Ducale è stato il luogo del “potere” (nell’altro senso). Chi ci si riuniva, lo faceva per esercitarlo. Oggi, invece, ci si riunisce al Ducale per crescere in quella cultura che è “potere”: ovvero possibilità. Maggiori e più raffinate possibilità di leggere e comprendere il mondo complesso attorno a noi. E così mi piace credere che al centro della città stia il “potere” della cultura che allarga gli orizzonti e che questo scambio, con cui la cultura ha preso il posto del “potere”, divenendo più “potere”, faccia parte di un progresso. Un progresso bello e importante, che pure oggidì, quasi a ogni passo (e tutti ormai ci dicono: troppo), pare ci piaccia mettere in discussione.
Per un po’ di anni, non pochi, dal 2017 al 2025 ho avuto l’onore e la responsabilità di rappresentare il Comune di Genova tra gli organi della Fondazione Palazzo Ducale. Sono stato prima membro, quindi presidente del Comitato dei Fondatori. Ebbene, mi dispiace non averci pensato allora, ma l’idea proprio non mi era venuta in mente. Mi è venuta in mente dopo, da un anno circa a questa parte, e certo si giova di quella mia precedente esperienza. La esprimo qui in breve, più avanti proverò ad argomentarla: il Palazzo Ducale è il maggior centro di cultura della città, straordinario in questa funzione, ma non è la “casa del Doge” che dovrebbe continuare a essere. Vorrei – è questa l’idea – che si prendesse in considerazione l’idea (uovo di Colombo, peraltro) di ricavare negli spazi del Ducale un’area dedicata alla vita del Doge, una sorta di percorso espositivo permanente sulla Genova che fu, dal 1528, quando Andrea Doria la fondò, fino al 1797, quando, sotto l’urto delle milizie rivoluzionarie francesi, il doge Giacomo Maria Brignole tirò dietro di sé il portone pesante del Palazzo – curiosità: poiché Genova è gattopardesca e tutto cambia perché nulla cambi, tornò a varcarlo quasi subito da presidente del governo provvisorio istituito da Napoleone Bonaparte, allora comandante generale dell’Armée d’Italie.
La mostra su Van Dyck («Van Dyck l’Europeo») che le ricerche e la sensibilità di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen ci hanno donato negli ultimi mesi, è stata straordinaria. L’ho visitata due volte, una all’inaugurazione, di fretta, e una da solo, nel silenzio di un lunedì mattina, preda di un attacco di Sindrome di Stendhal. E, tuttavia, come altre innumerevoli, meravigliose mostre che ho avuto il piacere e l’intima, intellettuale gioia di visitare in questi non pochi anni, e quelle del 2004, quando la città fu Capitale Europea della Cultura, e quelle della presidenza Borzani e quelle giunte in seguito, sotto le presidenze Bizzarri, Costa e Armella, una migliore dell’altra, le mostre che la programmazione del Ducale ci offre sono “temporanee”. Si studia decenni per pensarle, si lavora anni per organizzarle, occorrono mesi per allestirle, si visitano per un semestre al massimo. Vengono poi smontate, i capolavori tornano ciascuno nella collezione o nel museo cui appartengono e la tessitura ideale che li aveva raccolti – tessitura di intelligenti fila di ragno – pare svanire. Ci restano ricordi, immagini, splendidi cataloghi. In attesa di riallestirvi una nuova esposizione, il Palazzo torna vuoto.
E, invece, il Palazzo dovrebbe essere sempre pieno. So che lo è, ma lo è – sempre pieno – di iniziative sempre temporanee. Dico “pieno” di “cose” permanenti e niente quanto la vita del Doge – la vita dei Dogi – che qui regnò per i duecentocinquantanni della Repubblica, potrebbe essere altrettanto permanente. Abbiamo ammirato la Genova del Rubens, attraverso una mostra di pochi anni fa (era il 2022, la mostra aveva titolo «Rubens a Genova», curata da Nils Büttner e Anna Orlando); l’abbiamo ammirata nel luogo in cui si decideva della città. Quello che ci manca è sperimentare come si vivesse nel luogo in cui si decideva come si dovesse vivere in città: gli ambienti del “potere” (nel secondo significato che ho più sopra usato).
Ecco, dunque, la proposta, dopo l’idea: sia l’Appartamento del Doge quello che è stato, per cui ha il nome che porta. Il luogo della vita del Doge. Lo penso a vantaggio dei visitatori del Palazzo, naturalmente. Per interessare gli stranieri, i non genovesi o, come si dice a Genova con etichetta multipurpose, i “foresti”. Perché, una mostra, per quanto straordinaria, fa compiere pellegrinaggi culturali che sono proporzionalmente più lunghi tanto quanto maggiore è l’interesse e la specializzazione di chi li compie, ma ben di rado intercetta il visitatore occasionale. Il viaggiatore svagato, la famigliola di turisti in giro per la città non vanno a vedere la mostra dedicata a Van Dyck: è troppo impegnativa, non ne hanno il tempo, né, talvolta, la preparazione. Ma la stessa famigliola e lo stesso viaggiatore svagato andrebbero volentieri a visitare l’appartamento in cui viveva il Doge di Genova, ne ammirerebbero la stanza da letto e lo studio, le stanze in cui Genova veniva pensata e decisa. Come visitare tra mille – e millanta – anni il Quirinale. O lo Studio Ovale. Come visitare, in tante altre città italiane e straniere in cui i palazzi ducali e reali ospitano questa varietà di percorsi, camere regali, biblioteche, sale di banchetti e sale del trono.

Le due realtà, peraltro – quella di contenitore culturale per mostre temporanee e quella di percorso permanente – possono convivere
Guardiamo agli esempi fuori città – prendiamo esempio dagli altri. Il modello più interessante mi pare quello della convivenza fra tre dimensioni: il monumento storico, il percorso permanente che ne restituisce la funzione originaria e le esposizioni temporanee, che possono continuare a rinnovare periodicamente l’offerta culturale.
Guardiamo ai Musei Reali di Torino. Palazzo Reale conserva e rende visitabili gli appartamenti e le sale di rappresentanza della corte sabauda, con gli arredi, i dipinti, gli arazzi e le decorazioni originarie; nello stesso complesso convivono la Galleria Sabauda, l’Armeria, la Cappella della Sindone, il Museo di Antichità, la Biblioteca e gli spazi destinati alle attività espositive. Il visitatore può dunque attraversare gli ambienti nei quali si svolgeva la vita della corte e, nello stesso tempo, ammirare collezioni e proposte espositive differenti. Non a caso i Musei Reali di Torino sono un “sistema”, nel quale è la storia a far da filo conduttore per il visitatore – quello che programma la visita e quello occasionale, intercettato dalla sua stessa curiosità.
Guardiamo alla Reggia di Caserta. Gli Appartamenti Reali sono la casa dei sovrani: la distribuzione degli ambienti permette di comprendere come il palazzo fosse organizzato per il re, la regina, i principi, le principesse, la servitù e le diverse esigenze della famiglia reale. Il percorso racconta il modo in cui quegli spazi furono abitati e trasformati nel tempo. E poi ci sono gli spazi per le mostre temporanee, la Gran Galleria. La programmazione espositiva viene integrata nel percorso di visita senza che la leggibilità (e la “visitabilità”) della residenza storica sia compromessa. Conservazione, narrazione, uso degli spazi per attività a rotazione: nella Reggia di Caserta, il monumento e il museo convivono.
Guardiamo a Palazzo Pitti a Firenze, dove gli Appartamenti Reali introducono il visitatore alle diverse dinastie che hanno abitato il palazzo. Della Galleria Nazionale delle Marche, a Urbino, ricordo che mi colpirono straordinariamente due pezzi: la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca e lo Studiolo in cui il duca Federico da Montefeltro si raccoglieva a leggere. Da un lato aperto sul sapere che vi era conservato, dall’altro sulle dolci, verdi colline marchigiane.
Guardiamo al Palazzo Ducale di Venezia – l’altra città ove, come a Genova, si dice “ducale” per dire “dogale”. Anche in questo caso il Palazzo è insieme grande spazio museale, luogo della memoria politica della Repubblica e sede di esposizioni temporanee. Da visitatore, ho attraversato l’Appartamento Ducale e le Stanze Istituzionali; ma so che altrove, in altre parti del palazzo, spesso si allestiscono esposizioni. Anche qui compresenza, insomma, non sostituzione: un palazzo ducale o reale può essere il privilegiato contenitore di esposizioni, conferenze, incontri culturali senza dover fare a meno della sua originaria (e originale) realtà. L’essere stato, cioè, il luogo da cui città, principati e regni sono stati regnati e amministrati.
C’è poco da fare. Bello o brutto che sia, il “potere” (nel secondo significato) attira sempre. È interesse per la storia, è voyeurismo che ama sbirciare nella vita dei potenti: forse entrambi, non so. A Versailles (ci siamo arrivati e vien da ricordarsi del «noi qui» del doge Lercari), il visitatore attraversa gli ambienti più privati del sovrano: camera, biblioteca, sale da pranzo, gabinetti di lavoro, spazi per le collezioni e per il tempo libero. Ci si va per capire lo sfarzo della monarchia francese al tempo di Luigi XIV, il re Sole, e l’organizzazione della vita quotidiana del re e della sua corte.
E ancora. Gli esempi sarebbero molti. A Vienna, nell’Hofburg, il visitatore vede gli appartamenti imperiali, mentre a Schönbrunn la reggia gli viene presentata come residenza abitata. Nell’Antico Palazzo Reale di Praga è stata realizzata una mostra permanente, The Story of Prague Castle, che racconta oltre mille anni di storia del complesso attraverso gli edifici, gli oggetti e soprattutto le persone che vi hanno vissuto e lavorato: sovrani, aristocratici, cortigiani, artisti, architetti, studiosi, commercianti e servitori. Il percorso affronta temi quali la residenza, il cibo, l’educazione, la religione, le sepolture e le trasformazioni architettoniche. Il palazzo diventa così non soltanto un contenitore di opere, ma un organismo storico nel quale si sono svolte vite, attività e relazioni.
Si potrebbe andare avanti. Questo, tuttavia, è il modello. Non si tratterebbe di “aggiungere un museo” agli spazi esistenti, ma di restituire al pubblico una dimensione che oggi troppo poco si vede: il Palazzo come fu vissuto.
Il percorso potrebbe raccontare chi fosse il Doge, perché risiedesse nel Palazzo, quali fossero i suoi spazi, chi gli lavorasse intorno, come si svolgesse la sua giornata, dove ricevesse gli ambasciatori, dove si prendessero le decisioni, come funzionasse il cerimoniale, quali fossero i rapporti fra il Doge, i Consigli e la città. Potrebbe mostrare, attraverso documenti, oggetti, arredi, immagini, ricostruzioni e strumenti digitali, la vita quotidiana della corte e degli uffici e, al tempo stesso, spiegare la peculiarità dell’istituzione dogale genovese.
Proprio questa peculiarità offre a Genova un’opportunità narrativa straordinaria. A Versailles si racconta la casa del Re; a Vienna quella dell’Imperatore; nelle grandi regge europee si racconta la vita della monarchia. A Palazzo Ducale si potrebbe invece raccontare la casa del Doge di una Repubblica: non un sovrano ereditario, ma un sovrano elettivo, che cambia ogni due anni. Dico di più: a Vienna, Torino, Caserta, Napoli, Parigi si racconta quasi soltanto la storia di una dinastia, le virtù, i vizi, le manie, le alleanze, i matrimoni, i tradimenti di Asburgo, Savoia, Borbone. A Genova, al Ducale, potrebbe essere messa in scena la storia di una città intera e delle numerose famiglie che se ne contesero il governo, una storia ben più varia e, per ampiezza, tanto più interessante della storia di una sola dinastia, per quanto illustre e potente.
Le mostre temporanee racconterebbero ogni volta qualcosa di nuovo; il percorso permanente racconterebbe invece ciò che non può cambiare: perché il Palazzo Ducale esiste, chi lo ha abitato, come funzionava e quale ruolo ha avuto nella storia della Repubblica di Genova. Sono convinto che i visitatori del Ducale sarebbero tanti di più, che sarebbero i più diversi: dai più raffinati cultori dell’arte ai curiosi della cultura. È così che deve essere, quando si tratta di cultura: deve essercene per tutti. In un mondo come il nostro, in cui la virtualità ci sottrae la realtà e il falso appare non di rado più verosimile del vero, poter “mettere le mani” sulla storia, sperimentare dove essa sia passata, sarà un valore sempre più inestimabile. Chi non ha storia già può inventarsela. Chi ce l’ha, godrà di un insuperabile privilegio. Purché impari a valorizzarla. [s.t. 27082026]
