«Genova, 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro»

Il 29 giugno 2026 la presentazione del libro, a cura di Paola Costa, Stefano Romanengo e Stefano Termanini (Stefano Termanini Editore) a Confindustria Genova

Genova, 25 giugno 2026 — Lunedì 29 giugno, alle 17.30, nella Sala Auditorium di Confindustria Genova (via San Vincenzo 2) verrà presentato il libro «Genova, 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro», a cura di Paola Costa, Stefano Romanengo e Stefano Termanini, con le fotografie di Roberto Orlando (Stefano Termanini Editore). L’incontro è introdotto da Stefano Termanini; ai curatori si affiancano gli autori del volume, che interverranno nel corso della presentazione.

Pubblicato a cinquant’anni dalla morte di Angelo Costa (1901-1976), armatore e industriale genovese, primo presidente della Confindustria del dopoguerra, il libro mette a confronto la lezione etica, economica e civile di Costa con la Genova di oggi. Il volume raccoglie una prefazione di Paola Costa e un’introduzione di Marco Vitale, e si articola in sette capitoli tematici. Ogni capitolo si apre con una selezione di testi di Angelo Costa e con una sintesi del suo pensiero su ciascun tema, a cura di Stefano Termanini; una fotografia di Roberto Orlando segna il passaggio fra le sezioni. Numerosi e illustri autori hanno donato all’iniziativa propri contributi, articoli, saggi e interviste, per popolare le diverse sezioni.

«Queste pagine nascono per rispondere a una domanda: quali valori di mio padre sono ancora validi oggi, cinquant’anni dopo?» dice Paola Costa, figlia di Angelo Costa e curatrice del volume. «I contributi raccolti danno un’immagine sfaccettata della Genova di oggi e vogliono essere, per le nuove generazioni, un punto di partenza».

«Abbiamo immaginato questo libro come un cantiere di idee, un laboratorio fecondato dall’esperienza di vita, di pensiero e di scrittura di Angelo Costa» afferma Stefano Termanini, editore e curatore del libro, con Paola Costa e Stefano Romanengo. «Abbiamo intrapreso – e non certo esaurito – una ricerca che, partendo dall’ispirazione illuminata di Angelo Costa, vuole essere di stimolo, anzi di “propulsione”, a Genova: nel suo presente, per il suo futuro. Sono grato ai molti illustri autori che hanno generosamente accettato il nostro invito. Molte altre idee avrebbero potuto trovare posto nel libro: quelle che ci sono, speriamo, sapranno suscitarne di nuove. Susciteranno, con le idee, azioni. Angelo Costa, dal cui esempio il nostro lavoro ha preso forma, era uomo di pensiero e d’azione».

Il contenuto del libro

Il porto, l’industria, l’etica, l’economia, la società, il mondo, la cultura: ogni capitolo vuole essere un percorso che interroga il lettore. Dopo la prefazione di Paola Costa e l’introduzione di Marco Vitale, il volume si apre con la sezione dedicata a «Il porto, la città, il paese». Qui, Matteo Paroli, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, insiste sulla necessità di trovare una sintesi sostenibile per lo scalo genovese: «l’impegno è quello di conciliare lo sviluppo delle attività portuali con la tutela dell’ambiente e del benessere della comunità». Mario Zanetti, amministratore delegato di Costa Crociere e presidente di Confitarma, si sofferma sulla centralità dell’economia marittima come asse strategico per Genova e per l’intero Paese, sostenendo che «investire con continuità su questa vocazione significa trasformare la storia in sviluppo, mettendo a sistema industria, competenze, relazioni e visione. Significa fare del mare una scelta concreta di futuro». Per Augusto Cosulich, presidente e CEO di Fratelli Cosulich, occorre superare con coraggio le logiche conservative a favore degli investimenti e della fiducia, poiché «il futuro di Genova, e per estensione dell’Italia, non può essere scritto dalla rendita immobiliare o dai soldi fermi in banca […] dobbiamo avere il coraggio di essere internazionali». Ammonisce: «Imprenditore, tira fuori i quattrini, abbi fiducia e investi!». Sul piano operativo, Edoardo Monzani, presidente di Stazioni Marittime SpA, ricorda come «a Genova sono le merci a dettar legge e soprattutto i contenitori […] Il porto è lavoro, tanto lavoro», mentre Francesco Zuccarino, presidente di MSC Italia, richiama l’importanza dell’etica e della parola data, auspicando il ritorno a «un sistema basato simbolicamente su strette di mano che valevano più di contratti e infinitamente di più di “call sul Web” o di analisi di mercato».

Nella seconda sezione, che porta il titolo di «L’industria, premessa e orizzonte»Fabrizio Ferrari, presidente di Confindustria Genova, evidenzia la fitta rete di connessioni del mondo produttivo, rammentando che «le stesse imprese vivono in una rete di relazioni con tutto il sistema economico, non solo tra venditori e acquirenti […] e ogni associazione imprenditoriale presuppone che ci siano principi e valori di base in cui ci si riconosce». Dal canto suo, Marco Doria, professore ordinario di Storia Economica all’Università di Genova, traccia l’evoluzione industriale del territorio constatando un profondo mutamento storico: «quel patrimonio di cultura industriale che aveva segnato la storia della città in buona misura non esiste più. […] Si tratta di una sfida e un impegno ineludibile per Genova, così come per tanti altri paesi del mondo occidentale, investiti dalla deindustrializzazione». Su una linea di forte slancio verso il futuro, Carlo Castellano, presidente di Alpim — Fondazione per i Minori ETS, indica la via dell’innovazione tecnologica per ridisegnare la manifattura della «città più vecchia d’Europa, qual è Genova», la quale «se vuole progettare un suo futuro deve quindi costruire nuove forme di imprenditorialità […] Per Genova l’industria del futuro è digitale anche nella manifattura».

La terza sezione indaga sull’etica. Ha titolo: «L’etica è uguale per tutti». Qui, Nicola Costa, presidente della Fondazione Acquario di Genova, pone l’accento sulla coscienza del singolo e sul valore delle regole: «non esiste una formula uguale per tutti, esiste una coscienza individuale nel rispetto sia della legge morale, sia di alcuni principi generali dell’economia, che anche nella legge morale hanno il loro fondamento», scrive. Beppe Costa, presidente esecutivo di Costa Edutainment S.p.A., rafforza l’idea del ruolo sociale di chi fa impresa, definendo l’imprenditore «figura centrale nello sviluppo di un territorio», la cui responsabilità va «ben oltre i confini della propria azienda». Nel saggio di Oreste Bazzichi, professore presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura Seraphicum, e Fabio Reali, professore presso l’International Center for Studies and Research on Franciscan Economics, si riflette sulla necessità di «un’architettura istituzionale capace di subordinare le logiche del capitale alla fioritura della vita e alla dignità inalienabile della persona umana». Paolo L. Bernardini, professore ordinario di Storia Moderna all’Università dell’Insubria, e Claudia Merga, docente di lingue straniere, invitano a riscoprire la forte impronta liberale del pensiero e dell’eredità morale di Angelo Costa, mettendo in guardia dai rischi del declino: «colpevolizzare l’imprenditore, creare una “città urbana”, che è tra quelle più “vecchie” al mondo per età della popolazione […] potrebbe portare ad un decadimento non reversibile».

La quarta sezione, intitolata «L’economia e la città che cambia», si apre con la riflessione di Giovanni B. Pittaluga, professore emerito di Economia Politica all’Università di Genova, che mette al centro l’unione inscindibile tra la natura liberale e la fede cattolica di Angelo Costa: «in lui […] vi era assoluta continuità tra l’essere liberale e l’essere cattolico. Dio, secondo Costa, ha dato all’uomo, ad un tempo, la libertà di scegliere e la responsabilità delle sue scelte». Sulla città che cambia, l’architetto Gian Poggi, già dirigente dell’Urbanistica del Comune di Genova, non usa mezzi termini: «i quartieri che si costruirono nel secondo dopoguerra furono pensati per una città che, si immaginava, sarebbe esplosa. Case come “pacchetti” di esseri umani […]. Certi progetti – dice – bisogna avere il coraggio di cestinarli e farne altri, meno costosi e meno impattanti».

La quinta sezione, dal titolo «La società e chi la guida», affronta il tema della cittadinanza e del lavoro. Lo storico ed editorialista de «La Repubblica» Luca Borzani analizza la transizione demografica cittadina, spiegando che «per Genova tornare a crescere così come misurarsi sulla città anziana è inscindibile dal disegnare i prossimi orizzonti». Su una linea analoga, l’avvocato Franco Toffoletto, managing partner di Toffoletto De Luca Tamajo, esorta a non rifugiarsi in uno sterile immobilismo, poiché «un paese moderno non può accettare di essere frenato dalla necessità – utile a qualcuno – di conservare quello che c’è e che, magari, non serve più a niente». Maurizio Maresca, professore ordinario di Diritto International all’Università di Udine, ribadisce la vocazione profonda della città, ricordando che «il porto, e la “maritime community” che lo circonda, è ciò che rende Genova diversa e specifica rispetto a qualunque altra città italiana».

La sesta sezione, dedicata a «Genova, nodo vitale, e il resto del mondo», esplora la dimensione internazionale della città. Giuseppe Franceschelli, coordinatore della Rete degli Ambasciatori di Genova nel Mondo, descrive l’operato della rete evidenziando come «un legame fondato sull’orgoglio e sulla gratitudine resiste dove i contratti si esauriscono» e mettendo in luce l’importanza degli Ambasciatori, «diplomazia civica al servizio della città». Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), illustra il modello aperto della ricerca scientifica, in cui Genova è parte attiva: «la ricerca di eccellenza non possa essere confinata in silos disciplinari […] perché è nell’intersezione tra competenze diverse che nascono le idee più fertili». A fargli eco è Stefano Franciolini, console onorario della Repubblica del Kazakistan, il quale rimarca l’esigenza di una visione globale: «oggi […] persino a Genova, bisogna pensare con il mondo in testa, perché il mondo sta cambiando a una velocità vertiginosa».

Infine, la settima sezione si concentra sulla cultura e ha titolo: «La cultura: si pensa come si è». Il giornalista Renato Tortarolo riscopre la cura quotidiana del pensiero e dello studio, osservando che Angelo Costa «sapeva molto bene che la conoscenza va alimentata ogni giorno, senza confonderla con l’approssimazione globale di oggi». Raffaella Besta, responsabile del Polo Musei d’Arte Antica, ricorda Angelo Costa quale collezionista e mecenate, descrivendolo come «un uomo per il quale attività imprenditoriale e bellezza non erano mondi separati, ma espressioni diverse di un’identità civica che sentiva profondamente propria». Giulio Sommariva, professore all’Accademia Ligustica di Belle Arti, rilancia il valore educativo e stimolante dell’istituzione museale: «quello che è fondamentale oggi, per i bambini ma anche per gli adulti, è acquisire la consapevolezza che il tempo che si passa al museo è un tempo leggero e stimolante e, in fin dei conti, piacevole». Carlo Bitossi, già professore ordinario di Storia Moderna all’Università di Ferrara, mette in evidenza la necessità di puntare su fattori di sviluppo tecnologici e infrastrutturali: «sono la riconversione delle attività produttive, l’avvio di iniziative ad alta tecnologia […] che possono disegnare il panorama della città del futuro, sperabilmente meglio collegata per terra e per aria al resto del paese e al resto d’Europa». A concludere il percorso è Stefano Verdino, Accademia di Scienze e Lettere di Genova, con una riflessione dedicata alle nuove generazioni e alle prospettive di socialità: «ai giovani mancano spazi di aggregazione e di scambio culturale, come del resto è sempre stato in una città dai non pochi deficit comunicativi al suo interno non meno che al suo esterno». Occorre fare qualcosa. E il libro nasce per questo: per pensare e far pensare; più ancora, per dare un contributo all’azione. Per fare.

Informazioni

La presentazione si tiene lunedì 29 giugno, alle 17.30, nella Sala Auditorium di Confindustria Genova (via San Vincenzo 2, terzo piano). La partecipazione è libera. Per ragioni organizzative si richiede la conferma a questo link: https://bit.ly/genova-50-anni-dopo

Per i colleghi giornalisti che desiderano consultare il libro in anteprima, è disponibile una versione sfogliabile online, tramite questo link riservato: https://online.fliphtml5.com/oyxjw/qokm/

Il libro avrà inoltre uno spazio, più breve, durante l’Assemblea pubblica di Confindustria Genova del 3 luglio, a bordo della nave Costa Toscana.



Scheda del libro

«Genova, 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro», a cura di Paola Costa, Stefano Romanengo e Stefano Termanini, fotografie di Roberto Orlando. Stefano Termanini Editore, Genova, 2026, pp. 188. € 20. ISBN 97888-95472911.

Gli autori

Curatori: Paola Costa, Stefano Romanengo, Stefano Termanini.

Fotografie: Roberto Orlando

Introduzione: Marco Vitale, economista d’impresa

  1. Il porto, la città, il paese

Matteo Paroli, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale Mar Ligure Occidentale; Mario Zanetti, amministratore delegato di Costa Crociere, presidente di Confitarma, Special Advisor di Confindustria per l’Economia del Mare; Augusto Cosulich, Cavaliere del Lavoro, presidente e CEO di Fratelli Cosulich; Edoardo Monzani, presidente di Stazioni Marittime SpA; Francesco Zuccarino, presidente MSC Italia.

  1. L’industria, premessa e orizzonte

Fabrizio Ferrari, presidente di Confindustria Genova; Marco Doria, professore ordinario di Storia Economica all’Università di Genova; Carlo Castellano, presidente di Alpim — Fondazione per i Minori ETS, Genova

  1. L’etica è uguale per tutti

Nicola Costa, presidente della Fondazione Acquario di Genova; Beppe Costa, presidente esecutivo di Costa Edutainment S.p.A. e Cavaliere del Lavoro; Oreste Bazzichi, professore presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura Seraphicum di Roma e Fabio Reali, professore presso l’International Center for Studies and Research on Franciscan Economics; Paolo L. Bernardini, professore ordinario di Storia Moderna all’Università dell’Insubria, e Claudia Merga, docente di lingue straniere nei licei della provincia di Como.

  1. L’economia e la città che cambia

Giovanni B. Pittaluga, professore emerito di Economia Politica all’Università di Genova; Gian Poggi, architetto, già dirigente dell’Urbanistica e dei Lavori Pubblici del Comune di Genova

  1. La società e chi la guida

Luca Borzani, storico ed editorialista de «La Repubblica»; Franco Toffoletto, avvocato, Managing Partner di Toffoletto De Luca Tamajo; Maurizio Maresca, professore ordinario di Diritto Internazionale all’Università di Udine

  1. Genova, nodo vitale, e il resto del mondo

Giuseppe Franceschelli, Ambasciatore di Genova nel Mondo e coordinatore della Rete degli Ambasciatori di Genova nel Mondo del Comune di Genova; Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova; Stefano Franciolini, commercialista, console onorario della Repubblica del Kazakistan

  1. La cultura: si pensa come si è

Renato Tortarolo, giornalista; Raffaella Besta, responsabile del Polo Musei d’Arte Antica; Giulio Sommariva, professore all’Accademia Ligustica di Belle Arti, già conservatore del Museo; Carlo Bitossi, già professore ordinario di Storia Moderna all’Università di Ferrara; Stefano Verdino, Accademia di Scienze e Lettere, Genova


Ufficio stampa

Stefano Termanini Editore

stampa@stefanotermaninieditore.it

La grammatica del mare e il dovere della verità

Presentazione de “Il ragazzo e il mare” di Andrea Massimo Caselli, Stefano Termanini Editore

Nelle pagine de “Il ragazzo e il mare” (Stefano Termanini Editore) di Andrea Massimo Caselli l’epica ruvida della navigazione mercantile. Un viatico per le nuove generazioni, ben oltre la finzione letteraria.

C’è un’epica del mare che la letteratura ha sovente edulcorato, piegandola alle esigenze del romanticismo, dell’avventura esotica o del dramma interiore. Ma la navigazione contemporanea, sfrondata dalla finzione narrativa, restituisce una grammatica dell’esistenza severa, scandita dai ritmi con cui si succedono le guardie e dalle solitudini dei lunghi transiti oceanici.

In questo perimetro di nudo realismo si inscrive Il ragazzo e il mare, il volume del comandante Andrea
Caselli da poco dato alle stampe (maggio 2026) da Stefano Termanini Editore [Caro Lettore, se è di tuo interesse, lo puoi acquistare subito da qui!]

Il libro è stato al centro di una presentazione che è diventata quasi subito una riflessione corale, svoltasi sabato 23 maggio presso l’Osteria A Ribotta, un luogo la cui dimensione colloquiale e “terragna” ha
fatto da giusto contrappunto alla vastità liquida evocata dai relatori.

A porre la questione dirimente – che attiene allo statuto stesso della narrazione e al suo rapporto con l’autenticità – è stato l’editore Stefano Termanini. In un panorama editoriale affollato di finzioni, il discrimine risiede nel peso specifico dell’esperienza vissuta. «Quando una storia sa parlare la lingua della verità», ha detto Stefano Termanini, «ci porta con sé, dentro la sua verità».

Il volume di Andrea M. Caselli si configura dunque non come esercizio memorialistico, non come una autobiografia (la quale sarebbe, in vero, impropria, data l’età ancora molto giovane dell’autore, specie in relazione ai suoi eccezionali risultati professionali), ma come strumento di orientamento, come un sillabario (o un sestante) necessario per chiunque si affacci a una professione che «richiede impegno, costanza, grande e integra serietà» e che, per sua stessa natura ineludibile, «non fa sconti a nessuno».

La conferma di tale rigore è giunta, nitida e priva di orpelli, dalla voce del comandante Giovanni Lettich, già capo Piloti del Porto di Genova. La sua disamina ha esplorato il microcosmo della nave mercantile, un ecosistema chiuso in cui le gerarchie sono inscindibili dalla sopravvivenza e dove le competenze tecniche si fondono con l’assoluta necessità dell’umano. L’irruzione della grande Storia nel quotidiano di bordo è
emersa con forza nel ricordo di un drammatico soccorso nel Canale di Sicilia, con il recupero di duecentoundici naufraghi. Un evento che impone il governo assoluto delle emozioni: «Soccorrerli e averli a bordo, vedere anche le facce dei bambini… – ha detto il comandante Lettich, che ha ricordato e lodato i marittimi che, in quella circostanza, a proprio rischio, hanno prestato un vitale soccorso – è veramente scioccante, ma dobbiamo essere professionali». È in questa dedizione totale che si consuma la definitiva sovrapposizione tra l’individuo e il proprio ruolo, un concetto che il comandante Lettich ha sintetizzato in una formula ineccepibile: «La nostra professione non è una professione, è una vita. Si lavora, ma si vive».

L’autore, il comandante Andrea Caselli, ha restituito alla platea la genesi privata di quest’opera, nata nel silenzio del proprio alloggio, «alla sera a fine guardia, in cabina». Il motore della scrittura è stato un profondo senso di responsabilità verso i futuri ufficiali, la volontà di consegnare loro un «imprinting» non contraffatto della vita marittima. Lungi da qualsiasi autocelebrazione, la testimonianza di Andrea Caselli ha assunto i tratti di una pacata accettazione del proprio destino professionale, un’appartenenza viscerale che precede persino la scelta individuale: «Il mare ha scelto me – dice – , non sono io che ho
scelto il mare». Una consapevolezza che sfocia nella certezza assoluta di una vocazione compiuta: «Se tornassi indietro rifarei quello che ho fatto».

Eppure, questa complessa liturgia del mare è oggi attraversata da sotterranee e feconde correnti di rinnovamento sociale. A ricordarlo, ampliando lo sguardo verso l’orizzonte formativo, è intervenuta dal pubblico la vicepreside dell’Istituto Nautico.

Affermando l’eccellenza di una filiera scolastica troppo spesso sottovalutata nel dibattito pubblico, ha tracciato il profilo di una scuola capace di generare solide prospettive: «Gli istituti nautici d’Italia
sono un fiore all’occhiello… i nostri ragazzi lavorano tutti», ha detto. Un settore in profonda mutazione demografica, forte dell’innesto di nuove energie che scardinano antichi monopoli di genere: «C’è l’11-12% di presenze femminili, quindi le ragazze ci sono, sono motivate, sono brave».

Il ragazzo e il mare si rivela, e chi lo leggerà avrà modo di scoprirlo, il punto di giunzione tra una
tradizione rigorosa e il suo futuro inevitabile. Un passaggio di consegne scritto sulle onde, affinché chi salirà domani la passerella di imbarco sappia quale rotta lo attende.| (s.t.)

“Riviera”, mostra personale di Carolina Italiani

presso Galleria Arte Studio, Genova, dal 22 al 30 maggio 2026

(di Stefano Termanini)

Non ci sono le cose e basta. Non c’è niente, là fuori, che, per esistere, non vada reinventato. La Riviera, a cui Carolina Italiani dedica la sua più recente personale, è, pur essa, un luogo di invenzioni, un olimpo di miti. Altrove e spesso abbiamo visto la Riviera ligure, resa quasi metafisica, meno forse per la virtù essenzializzante dell’arte che per l’immenso iato che oggi la separa da noi, inquartata tra le cornici degli oli di Rubaldo Merello e Domenico Guerello. L’abbiamo vista posata sulle lastre fotografiche di Alfredo Noack. Mitizzata nelle affiche che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, trasformarono la riviera dei sentieri impervi descritta nel Dottor Antonio di Giovanni Ruffini, nella Riviera dei Fiori e nella Costa Azzurra dei soggiorni eleganti, principeschi e alto-borghesi. Ne abbiamo letto: più recentemente nei libri di Maurizio Maggiani e Francesco Biamonti, per citare soltanto i maggiori e contentarsi di fare due nomi che da soli riempiano la scena; prima, e stando pur sempre con i grandissimi, nei versi di Montale e Sbarbaro; quindi, al tempo che il mito era appena in abbozzo, leggendo i fratelli Novaro e la loro «Riviera ligure».

Da quando il mito della Riviera si è formato, finanche da quando ha cominciato a consolidarsi, arricchendosi, poi, di ogni particolare, la Liguria ha cambiato anima e pelle. Le vecchie strade polverose, pericolosamente tagliate a mezza costa, la carrareccia accidentata tra Sanremo e Bordighera, dove miss Lucy, sbalzata, si rompe la caviglia e viene soccorsa dal patriota dottor Antonio, sono state sostituite da viadotti a quattro corsie (troppe per non violentare il paesaggio, eppure poche ormai per il traffico incalzante dei finesettimana!), nastri di cemento sospesi, che dal cielo gettano strisce d’ombra sulle valli tuttora ulivate di Diano, Alassio, Laigueglia, Imperia. I sentieri, quelli che restano, fanno parte della riserva indiana della FIE o del CAI, contrassegnati da bandierine e calcati, fino a che non emergano dal fondo le vertebre d’arenaria dell’Appennino, da entusiasti gitanti che, rigettate per sempre le crinoline di miss Lucy, salgono e scendono appuntati in maglie sgargianti di microfibra, scelte lungo le passerelle etichettate «escursionismo», nel labirinto sprizzante salute potenziale dei magazzini Decathlon.

La pelle, che era fatta di polvere luccicante di mare, è ora di futuristico acciaio, di pragmatico cemento. Rotto per sempre l’incanto, ora che preservare ha preso l’austero significato di proibire, ci si domanda se l’anima c’era. Se ancora c’è.

Mi pare che il punto sia qui – c’è sempre un “punto”, l’elemento che impedisce di compiersi al dramma frangibile della gravità; il “perno”, che regge, che motiva, che giustifica, che “tiene”. Dire quel che c’è dietro: dietro la bellezza della «Riviera», della «Liguria Verde», di cui ci narrano gli acquerelli di Carolina Italiani e le fotografie di Roberto Orlando.

Ogni volta che ho cercato di misurarmici, per immergermici e per raccontarla, ho trovato che la pittura di Carolina Italiani abbia la capacità di mettere a nudo, svelandoli senza mediazioni, gli elementi puri: il mare, il cielo del tramonto, le nubi, l’acqua e il vento, così come si intrecciano e si impastano durante una mareggiata; le rocce su cui l’onda si infrange. Questo mi piace forse più d’ogni altro carattere, il sapersi mettere a-tu-per-tu con le cose, e per la «Riviera» – proprio perché, trattando di «Riviera», prima delle cose, ci viene incontro il loro mito – mi pare che ce ne sia anche più bisogno. Perfino più dei colori, che Carolina Italiani dosa con sapienza sulla superficie della carta fin quando, coprendola, ne fa una superficie seconda, diversa e nuova. Nella pittura possono esservi gli oggetti – la pittura li riproduce e li contiene. Oppure le superfici. Mettere le superfici dentro la superficie fa parte del mistero dell’arte. Ci riesci non per caso. Ci riesci se sei un artista: sia che scatti con il pennello, come Carolina, sia che dipingi con l’obiettivo fotografico, come Roberto.

In uno dei suoi acquerelli, Carolina Italiani lo chiama: «Il respiro del mare». Quando si tratta di descrivere con il colore nelle sue velature, nei suoi impasti, nelle sovrapposizioni lievi, nelle densità dei pastelli, nella leggerezza via via più opaca dell’acquerello che vibra della tramatura della carta ove si posa, Carolina Italiani trova una sorta di suprema chiave d’accesso al mistero della natura, che è la sua bellezza. Il mare verde e oleoso, così come appare dinanzi alla baia di Niasca, quello azzurro, quasi lo si imprimesse sulla superficie dell’opera traendolo da dietro il vetro trasparente di un acquario insinuato nella baia di Portofino, tutto armonioso e ripensato; eppure tutto nell’ordine che la Natura stessa ha preordinato, che gli ha dato.

Il mare che s’arruffa cipiglioso, concreto e astratto nel «Tubo». La rappresentazione di un’onda che, pur riferendovisi — e come si potrebbe non farlo? — alla celebre onda di Hokusai, ha un piglio romantico e scapigliato, a differenza dell’estaticità simbolica del suo modello; il mare e il cielo di gommalacca, stesi a mattarello, attraverso la feritoia che s’affaccia sul porticciolo di Camogli nel quadro dello stesso nome («Camogli»). La distesa piatta, solenne, dove lo spazio e la luce diventano suggerimento di silenzio in «Tramonto a San Michele di Pagana», acquerello del 2025. E poi i cieli: i cieli corrugati, ove la tempesta s’irradia come acqua che penetra e si dissolve nelle petrose screpolature di un deserto, cieli che chiudono nell’armonia di un minuetto le giornate su cui, dominandole, si sono distesi come manti e l’hanno protette, che reggono, impenetrabili ai raggi di luce morente che annunciano il giorno che verrà – perché quella che ne decide l’esito è l’ora eterna e immota. Cieli alti anche quando sono bassi, luminosi, seppure il temporale è passato da poco o si attende vicino; cieli che fanno pensare a prospettive mentali, al luogo che non c’è, a un posto dentro di noi, a una ricerca che sta per finire senza essere mai cominciata, o che ricomincia ogni volta che viene tentata, perché, la prima volta che qualcuno ha intrapreso la via che oggi, per noi, è nuova, ciò che chiamiamo “tempo” doveva ancora inventarsi. Era nascosto dietro l’orizzonte. Niente mai c’era stato che ancora gli assomigliasse.

Immoti si presentano i cieli di Carolina Italiani, pur sopra una spiaggia assolata, come in «Spiaggia di San Fruttuoso», acquerello del 2026, o fanno corona a «La Baia dei Poeti», acquerello del 2026, dove è tutto un riflettersi e un cercarsi di azzurri: la piscina, l’ombra, il mare della baia, il cielo inossidabile sopra di essa. Talvolta sono chiazze oleose, dove la luce è protagonista e vi affonda, ottenute con liquide pennellate, distese carezze sulla superficie, tanto quanto la luce stessa nell’originale che si immagina e si trasforma; o tanto quanto doveva essere l’istante che nell’opera si ferma («Albero sul mare», 2026). Uguali si presentano gli azzurri del mare, del cielo e della terra, sia che Carolina Italiani li cerchi e li rappresenti come li ha visti al termine di qualche riuscita escursione alla «Spiaggia degli Inglesi a Bergeggi» (2026), o nella «Baia di Paraggi» (2026). O quando, pur conservando quella loro immota purezza, che li rende da mille altri diversi e distinti, si trovano a convivere con l’umanità che li popola, come per esempio in «Approdo a Portofino» (2026), o ancora nella «Spiaggia di San Fruttuoso» (2026).

Questa ricerca degli elementi puri – quello che c’era prima che la Riviera fosse mito e che esso si cristallizzasse – è ciò che più mi piace della rassegna che Carolina Italiani ci presenta in questa primavera del 2026, concatenando fra loro opere nuove e meno nuove, soggetti che nascono dall’osservazione diretta e soggetti che Carolina prende a prestito dalle immagini di Roberto Orlando, pubblicate in «Verde Liguria» (Stefano Termanini Editore). La catena, dicevo, il collegamento, l’impianto, il filo — che questa volta non è rosso, ma più che rosso è azzurro — lo si deve alla ricerca di un’essenza e di un racconto; più un’essenza, anzi, che un racconto. Perché se la Liguria è stata raccontata in letteratura e dai suoi poeti più grandi per il lavoro che l’ha forgiata, il lavoro che ha domato le sue asprezze, Carolina torna indietro, riavvolge il nastro, ci riconduce ai primordi, al prima che ogni altra cosa fosse.

Ciò non significa che la Liguria che qui ci viene offerta, nella doppia e complementare forma della «Riviera» di Carolina Italiani e nel «Verde Liguria» di Roberto Orlando, abbia perso la possibilità di essere raccontata, che non vi si possa, anzi, avanzare standovi dentro, come sarebbe camminare su un sentiero della nostra, aspra e sorprendente, regione. Le olive si raccolgono con le reti stese ai piedi di olivi centenari e sembrano un abito di luce (o d’acqua), così come nella fotografia di Roberto Orlando da cui Carolina Italiani trae ispirazione; e non v’è spazio per il lavoro dell’uomo che sparisce dentro i suoi timidi indizi. La progressione dei tronchi contorti assorbe la nostra attenzione e il nostro sguardo. Quel che ci avvince e ci “porta dentro” la storia che l’immagine narra è sapere che la loro contorsione non è opera umana, non lo è il declivio del pendio ove si radicano: le reti che vi s’appoggiano paiono dimenticate lì fin dalle premesse del mondo. Un paesaggio educato con la stessa armonia su cui si adagia il lavoro umano, quasi che fosse questa la cifra segreta della bellezza. Non c’è niente che l’oscuri, il rischio che vada consumata non c’è, né che altro, splendendo meno tenuamente, vi si sostituisca o l’accechi.

Fermo lo sguardo sulle quattro arcate dell’abbazia di San Fruttuoso, giù in fondo sulla scena: quattro gole, quattro ombre da cui si dipanano le quattrocento chiazze d’ombra sulla lucida superficie del mare. Per il volto delle case rivolte al mare, sabbioso anch’esso o del color della pietra, come sono di pietra in Liguria le spiagge, pezzi di scoglio frantumato dal tempo. Citando il mare che si insinua fra gli scogli, fra la scogliera di Nervi in un acquerello del 2019 («Nervi»), Carolina Italiani pare voler citare certe opere dei maggiori autori dell’Ottocento, alcuni esemplari della cui produzione si conservano proprio alla Galleria d’Arte Moderna (GAM). Davanti, sul mare, resiste quel plein air da cui certi antesignani, a cui la pittura di Carolina si ispira, hanno tratto il proprio modello dove l’hanno trovato: nel vero. E Carolina, pur consapevole della trasformazione culturale a cui mare e scogli e cielo e terra e vento e aria sono stati soggetti, ritorna alle sorgenti per riguardarle così come impone la superbia della terra o della regione che si propone di descrivere – la rifà da nuovo, senza filtro.

È lo stesso: dove la rappresentazione è più sintetica e macchiaiola come in «San Fruttuoso di Camogli», acquerello del 2024, e dove invece le striature del pastello indugiano con minuziosa penuria a secernere ogni scampolo d’onda quasi fossero fila di un pagliaio per un istante ricomposto e subito risfrangiato. Una forma fra l’infinito molteplice, un’istantanea del tempo, il momento in cui tutto potrebbe fermarsi per poi scomparire come in «Marina al tramonto» (pastello, 2026), e in «Verso sera» (pastello, 2026). In questa produzione più recente di Carolina Italiani gli elementi della natura si fermano; ad essi la pittrice è tornata e questi la carta ci ridà fermi, proprio perché fermi non stanno mai. Immobili perché sempre si muovono, vicini perché in realtà sono impossibili da afferrarsi e lontani – tanto da divenire addirittura remoti, immoti.

La ricerca di Carolina, nel più recente periodo che «Riviera» documenta, ferma l’armonia naturale. Dice che un momento equivale a sempre e lo fa anche nella sezione floreale, splendida per colori e forme e per l’accostamento con cui gli uni e le altre fra loro s’impastano: composizioni di fiori dipinte durante l’esposizione di Euroflora dello scorso anno, ispirate alle opere di Margherita Cao Caumont. La disposizione di forme e colori riempie lo spazio dell’opera, l’incipiente appassimento diventa qui luce, il colore sfavilla prima di imbrunirsi. L’arte effimera di Margherita Cao Caumont, la composizione di fiori e il suo fatale declino, durano nell’opera di Carolina Italiani. Non con il nitore di una foto, che, in questo caso, ne falsificherebbe la bellezza della tenuità, il carattere precario e transeunte. L’acquerello conserva, dei fiori, la luce brillante, il colore; ne suggerisce la fragilità; ne anticipa il rapido appassire. Mi riferisco, in particolare, a «Composizione di fiori 1» (2025), e «Composizione di fiori 2» (2025).

La sola storia possibile, ci dice questa nuova mostra di Carolina, è quella del tempo e del nostro più intimo desiderio di romperne lo schema perché ciò che accade una volta continui ad accadere — sia il tocco di luce sulle gocce d’acqua di un’onda sia il riflesso o la trasparenza di una baia, sia la disposizione dei colori, dei petali, in una composizione di fiori, sia il cielo che quasi si dissolve, oscurato dalla «Pioggia dei glicini» (2024), o bianco per il troppo calore che sale sopra la collina verdeggiante di Portofino in un pomeriggio d’estate, o quasi tragico, come dovrebbe esserlo ogni tramonto. Il tempo ci dice che ciò che esiste scorre e cambia, che niente può essere uguale a sé stesso.  Come nel frammento di Eraclito, anche soltanto il minuto che segue al minuto che è stato un minuto prima, già non c’è più. È andato via, è scorso. È caduto nella fossa del passato.

Questa è la lezione: l’arte ne è la medicina. Ora ciò che altrimenti sfugge si salda dinanzi a noi, per noi, intorno a noi. Quello che è trascorso forse non c’è più; forse c’è ancora sulla carta, nei colori, nell’impronta che guardando l’opera di Carolina Italiani si imprime dentro di noi, per continuare a esistere dove il tempo non ha potere, dove non giunge, dove non si conta.

Stefano Termanini (22 maggio 2026)

www.carolinaitaliani.it