Sia il nuovo Palazzo Ducale la “casa del Doge” e sempre più la “casa” della cultura cittadina

Accanto agli spazi per le mostre temporanee, un percorso permanente nel Palazzo Ducale che verrà potrebbe rappresentare la vita quotidiana del Doge

di Stefano Termanini

Ci vuole Piano per rinnovare Spalla. Lo abbiamo letto in questi giorni: pur nel rispetto della sua identità architettonica, il Palazzo Ducale di Genova subirà un restyling che lo renderà ancora più vivo e funzionale. Quello di oggi, a cui siamo ormai abituati da oltre trentennale consuetudine, è il Ducale del 1992. Allora – non c’è chi non lo sappia o non lo ricordi – dopo un lunghissimo periodo di decadenza, superfetato di funzioni snaturanti, aliene dalla sua natura originaria, il Palazzo Ducale ritrovò la centralità culturale che tuttora gli riconosciamo.

Una volta l’ho detto anche in pubblico, ad apertura di un convegno: mi piace pensare che un luogo di potere sia diventato un luogo di cultura. Sono convinto che la cultura sia il più raffinato strumento di “potere” (se s’intende per “potere” l’avere, darsi e dare agli altri possibilità). Per tanti anni il Ducale è stato il luogo del “potere” (nell’altro senso). Chi ci si riuniva, lo faceva per esercitarlo. Oggi, invece, ci si riunisce al Ducale per crescere in quella cultura che è “potere”: ovvero possibilità. Maggiori e più raffinate possibilità di leggere e comprendere il mondo complesso attorno a noi. E così mi piace credere che al centro della città stia il “potere” della cultura che allarga gli orizzonti e che questo scambio, con cui la cultura ha preso il posto del “potere”, divenendo più “potere”, faccia parte di un progresso. Un progresso bello e importante, che pure oggidì, quasi a ogni passo (e tutti ormai ci dicono: troppo), pare ci piaccia mettere in discussione.

Per un po’ di anni, non pochi, dal 2017 al 2025 ho avuto l’onore e la responsabilità di rappresentare il Comune di Genova tra gli organi della Fondazione Palazzo Ducale. Sono stato prima membro, quindi presidente del Comitato dei Fondatori. Ebbene, mi dispiace non averci pensato allora, ma l’idea proprio non mi era venuta in mente. Mi è venuta in mente dopo, da un anno circa a questa parte, e certo si giova di quella mia precedente esperienza. La esprimo qui in breve, più avanti proverò ad argomentarla: il Palazzo Ducale è il maggior centro di cultura della città, straordinario in questa funzione, ma non è la “casa del Doge” che dovrebbe continuare a essere. Vorrei – è questa l’idea – che si prendesse in considerazione l’idea (uovo di Colombo, peraltro) di ricavare negli spazi del Ducale un’area dedicata alla vita del Doge, una sorta di percorso espositivo permanente sulla Genova che fu, dal 1528, quando Andrea Doria la fondò, fino al 1797, quando, sotto l’urto delle milizie rivoluzionarie francesi, il doge Giacomo Maria Brignole tirò dietro di sé il portone pesante del Palazzo – curiosità: poiché Genova è gattopardesca e tutto cambia perché nulla cambi, tornò a varcarlo quasi subito da presidente del governo provvisorio istituito da Napoleone Bonaparte, allora comandante generale dell’Armée d’Italie.

La mostra su Van Dyck («Van Dyck l’Europeo») che le ricerche e la sensibilità di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen ci hanno donato negli ultimi mesi, è stata straordinaria. L’ho visitata due volte, una all’inaugurazione, di fretta, e una da solo, nel silenzio di un lunedì mattina, preda di un attacco di Sindrome di Stendhal. E, tuttavia, come altre innumerevoli, meravigliose mostre che ho avuto il piacere e l’intima, intellettuale gioia di visitare in questi non pochi anni, e quelle del 2004, quando la città fu Capitale Europea della Cultura, e quelle della presidenza Borzani e quelle giunte in seguito, sotto le presidenze Bizzarri, Costa e Armella, una migliore dell’altra, le mostre che la programmazione del Ducale ci offre sono “temporanee”. Si studia decenni per pensarle, si lavora anni per organizzarle, occorrono mesi per allestirle, si visitano per un semestre al massimo. Vengono poi smontate, i capolavori tornano ciascuno nella collezione o nel museo cui appartengono e la tessitura ideale che li aveva raccolti – tessitura di intelligenti fila di ragno – pare svanire. Ci restano ricordi, immagini, splendidi cataloghi. In attesa di riallestirvi una nuova esposizione, il Palazzo torna vuoto.

E, invece, il Palazzo dovrebbe essere sempre pieno. So che lo è, ma lo è – sempre pieno – di iniziative sempre temporanee. Dico “pieno” di “cose” permanenti e niente quanto la vita del Doge – la vita dei Dogi – che qui regnò per i duecentocinquantanni della Repubblica, potrebbe essere altrettanto permanente. Abbiamo ammirato la Genova del Rubens, attraverso una mostra di pochi anni fa (era il 2022, la mostra aveva titolo «Rubens a Genova», curata da Nils Büttner e Anna Orlando); l’abbiamo ammirata nel luogo in cui si decideva della città. Quello che ci manca è sperimentare come si vivesse nel luogo in cui si decideva come si dovesse vivere in città: gli ambienti del “potere” (nel secondo significato che ho più sopra usato).

Ecco, dunque, la proposta, dopo l’idea: sia l’Appartamento del Doge quello che è stato, per cui ha il nome che porta. Il luogo della vita del Doge. Lo penso a vantaggio dei visitatori del Palazzo, naturalmente. Per interessare gli stranieri, i non genovesi o, come si dice a Genova con etichetta multipurpose, i “foresti”. Perché, una mostra, per quanto straordinaria, fa compiere pellegrinaggi culturali che sono proporzionalmente più lunghi tanto quanto maggiore è l’interesse e la specializzazione di chi li compie, ma ben di rado intercetta il visitatore occasionale. Il viaggiatore svagato, la famigliola di turisti in giro per la città non vanno a vedere la mostra dedicata a Van Dyck: è troppo impegnativa, non ne hanno il tempo, né, talvolta, la preparazione. Ma la stessa famigliola e lo stesso viaggiatore svagato andrebbero volentieri a visitare l’appartamento in cui viveva il Doge di Genova, ne ammirerebbero la stanza da letto e lo studio, le stanze in cui Genova veniva pensata e decisa. Come visitare tra mille – e millanta – anni il Quirinale. O lo Studio Ovale. Come visitare, in tante altre città italiane e straniere in cui i palazzi ducali e reali ospitano questa varietà di percorsi, camere regali, biblioteche, sale di banchetti e sale del trono.

Le due realtà, peraltro – quella di contenitore culturale per mostre temporanee e quella di percorso permanente – possono convivere

Guardiamo agli esempi fuori città – prendiamo esempio dagli altri. Il modello più interessante mi pare quello della convivenza fra tre dimensioni: il monumento storico, il percorso permanente che ne restituisce la funzione originaria e le esposizioni temporanee, che possono continuare a rinnovare periodicamente l’offerta culturale.

Guardiamo ai Musei Reali di Torino. Palazzo Reale conserva e rende visitabili gli appartamenti e le sale di rappresentanza della corte sabauda, con gli arredi, i dipinti, gli arazzi e le decorazioni originarie; nello stesso complesso convivono la Galleria Sabauda, l’Armeria, la Cappella della Sindone, il Museo di Antichità, la Biblioteca e gli spazi destinati alle attività espositive. Il visitatore può dunque attraversare gli ambienti nei quali si svolgeva la vita della corte e, nello stesso tempo, ammirare collezioni e proposte espositive differenti. Non a caso i Musei Reali di Torino sono un “sistema”, nel quale è la storia a far da filo conduttore per il visitatore – quello che programma la visita e quello occasionale, intercettato dalla sua stessa curiosità.

Guardiamo alla Reggia di Caserta. Gli Appartamenti Reali sono la casa dei sovrani: la distribuzione degli ambienti permette di comprendere come il palazzo fosse organizzato per il re, la regina, i principi, le principesse, la servitù e le diverse esigenze della famiglia reale. Il percorso racconta il modo in cui quegli spazi furono abitati e trasformati nel tempo. E poi ci sono gli spazi per le mostre temporanee, la Gran Galleria. La programmazione espositiva viene integrata nel percorso di visita senza che la leggibilità (e la “visitabilità”) della residenza storica sia compromessa. Conservazione, narrazione, uso degli spazi per attività a rotazione: nella Reggia di Caserta, il monumento e il museo convivono.

Guardiamo a Palazzo Pitti a Firenze, dove gli Appartamenti Reali introducono il visitatore alle diverse dinastie che hanno abitato il palazzo. Della Galleria Nazionale delle Marche, a Urbino, ricordo che mi colpirono straordinariamente due pezzi: la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca e lo Studiolo in cui il duca Federico da Montefeltro si raccoglieva a leggere. Da un lato aperto sul sapere che vi era conservato, dall’altro sulle dolci, verdi colline marchigiane.  

Guardiamo al Palazzo Ducale di Venezia – l’altra città ove, come a Genova, si dice “ducale” per dire “dogale”. Anche in questo caso il Palazzo è insieme grande spazio museale, luogo della memoria politica della Repubblica e sede di esposizioni temporanee. Da visitatore, ho attraversato l’Appartamento Ducale e le Stanze Istituzionali; ma so che altrove, in altre parti del palazzo, spesso si allestiscono esposizioni. Anche qui compresenza, insomma, non sostituzione: un palazzo ducale o reale può essere il privilegiato contenitore di esposizioni, conferenze, incontri culturali senza dover fare a meno della sua originaria (e originale) realtà. L’essere stato, cioè, il luogo da cui città, principati e regni sono stati regnati e amministrati.

C’è poco da fare. Bello o brutto che sia, il “potere” (nel secondo significato) attira sempre. È interesse per la storia, è voyeurismo che ama sbirciare nella vita dei potenti: forse entrambi, non so. A Versailles (ci siamo arrivati e vien da ricordarsi del «noi qui» del doge Lercari), il visitatore attraversa gli ambienti più privati del sovrano: camera, biblioteca, sale da pranzo, gabinetti di lavoro, spazi per le collezioni e per il tempo libero. Ci si va per capire lo sfarzo della monarchia francese al tempo di Luigi XIV, il re Sole, e l’organizzazione della vita quotidiana del re e della sua corte.

E ancora. Gli esempi sarebbero molti. A Vienna, nell’Hofburg, il visitatore vede gli appartamenti imperiali, mentre a Schönbrunn la reggia gli viene presentata come residenza abitata. Nell’Antico Palazzo Reale di Praga è stata realizzata una mostra permanente, The Story of Prague Castle, che racconta oltre mille anni di storia del complesso attraverso gli edifici, gli oggetti e soprattutto le persone che vi hanno vissuto e lavorato: sovrani, aristocratici, cortigiani, artisti, architetti, studiosi, commercianti e servitori. Il percorso affronta temi quali la residenza, il cibo, l’educazione, la religione, le sepolture e le trasformazioni architettoniche. Il palazzo diventa così non soltanto un contenitore di opere, ma un organismo storico nel quale si sono svolte vite, attività e relazioni.

Si potrebbe andare avanti. Questo, tuttavia, è il modello. Non si tratterebbe di “aggiungere un museo” agli spazi esistenti, ma di restituire al pubblico una dimensione che oggi troppo poco si vede: il Palazzo come fu vissuto.

Il percorso potrebbe raccontare chi fosse il Doge, perché risiedesse nel Palazzo, quali fossero i suoi spazi, chi gli lavorasse intorno, come si svolgesse la sua giornata, dove ricevesse gli ambasciatori, dove si prendessero le decisioni, come funzionasse il cerimoniale, quali fossero i rapporti fra il Doge, i Consigli e la città. Potrebbe mostrare, attraverso documenti, oggetti, arredi, immagini, ricostruzioni e strumenti digitali, la vita quotidiana della corte e degli uffici e, al tempo stesso, spiegare la peculiarità dell’istituzione dogale genovese.

Proprio questa peculiarità offre a Genova un’opportunità narrativa straordinaria. A Versailles si racconta la casa del Re; a Vienna quella dell’Imperatore; nelle grandi regge europee si racconta la vita della monarchia. A Palazzo Ducale si potrebbe invece raccontare la casa del Doge di una Repubblica: non un sovrano ereditario, ma un sovrano elettivo, che cambia ogni due anni. Dico di più: a Vienna, Torino, Caserta, Napoli, Parigi si racconta quasi soltanto la storia di una dinastia, le virtù, i vizi, le manie, le alleanze, i matrimoni, i tradimenti di Asburgo, Savoia, Borbone. A Genova, al Ducale, potrebbe essere messa in scena la storia di una città intera e delle numerose famiglie che se ne contesero il governo, una storia ben più varia e, per ampiezza, tanto più interessante della storia di una sola dinastia, per quanto illustre e potente.

Le mostre temporanee racconterebbero ogni volta qualcosa di nuovo; il percorso permanente racconterebbe invece ciò che non può cambiare: perché il Palazzo Ducale esiste, chi lo ha abitato, come funzionava e quale ruolo ha avuto nella storia della Repubblica di Genova. Sono convinto che i visitatori del Ducale sarebbero tanti di più, che sarebbero i più diversi: dai più raffinati cultori dell’arte ai curiosi della cultura. È così che deve essere, quando si tratta di cultura: deve essercene per tutti. In un mondo come il nostro, in cui la virtualità ci sottrae la realtà e il falso appare non di rado più verosimile del vero, poter “mettere le mani” sulla storia, sperimentare dove essa sia passata, sarà un valore sempre più inestimabile. Chi non ha storia già può inventarsela. Chi ce l’ha, godrà di un insuperabile privilegio. Purché impari a valorizzarla. [s.t. 27082026]

50 ANNI DOPO E OLTRE

Le reti, il coraggio e una “visione lunga” per il futuro di Genova

di Stefano Termanini

Cinquanta anni dopo la scomparsa di Angelo Costa, Genova appare come una città sospesa. Sospesa tra un passato glorioso e un presente che fatica a trovare una nuova rotta. Sospesa – anche – tra la consapevolezza delle proprie potenzialità e la ruggine di tradurle in azioni concrete. Sospesa, soprattutto, tra il rimpianto di ciò che è stato e la paura di ciò che potrebbe diventare. Potrebbe essere, questa sospensione, quasi un blocco. Una costrizione a girarsi attorno, ammaliati dalla propria bellezza. Per questo, nel cinquantennale della scomparsa di Angelo Costa, uno dei più straordinari “giganti” della Genova del Novecento, con Paola Costa e Stefano Romanengo e con tanti illustri autori che, chi con un proprio testo, chi con una intervista, hanno accettato di entrare nel confronto, abbiamo riflettuto. La riflessione è diventata un libro, illuminato dalle bellissime fotografie di Roberto Orlando: «Genova 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro», Stefano Termanini Editore. Nel libro ci sono visioni, letture, proposte. Ci sono dubbi, critiche, idee. In ogni caso – abbiano il sapore dolce della lode o quello aspro della critica – potranno essere d’aiuto. Così vogliono essere: d’aiuto. Se, a loro volta, sapranno innescare riflessioni col talento dell’azione, potranno aiutarci a disegnare un futuro luminoso per la Superba.

LE CRITICHE: CIÒ CHE NON FUNZIONA

La prima, e forse più grave, critica riguarda la demografia. Luca Borzani lo documenta con numeri impietosi: Genova è la città più vecchia d’Europa, con un’età media di 50 anni, un indice di vecchiaia che ha superato il 245 per cento e un’emorragia di giovani che si traduce in 36mila partenze tra il 2002 e il 2024, quasi la metà dei quali laureati (pp. 116-117). «Ogni generazione è inferiore alla generazione precedente e determina il progressivo calo della consistenza della popolazione in età riproduttiva», scrive Luca Borzani (p. 117). È un declino che va indagato e che non si inverte da sé.

La seconda critica riguarda l’industria. Marco Doria descrive la parabola della deindustrializzazione: dagli 89.628 addetti del 1951 ai 42.242 del 1991 (p. 51). «Spazi urbani un tempo segnati dalla presenza di ciminiere, grandi fabbricati industriali, depositi, sono così interessati da progetti, realizzati in modi anche discutibili, che prevedono la costruzione di case d’abitazione, centri commerciali, luoghi del tempo libero» (p. 52). La città si è terziarizzata, ma non sempre in modo virtuoso. Carlo Castellano aggiunge: «Genova non può pensare di puntare solo sul tradizionale e consolidato mondo marittimo-portuale, sul turismo e come privilegiato dormitorio per Milano» (p. 56).

La terza critica investe il porto e le infrastrutture. Augusto Cosulich è netto: «Senza la diga, le grandi navi non entrano e noi perdiamo traffico. Diventiamo un piccolo porto periferico, non possiamo competere con Rotterdam o Barcellona» (p. 33). E aggiunge: «Abbiamo un aeroporto che si è fatto far terra bruciata tutt’attorno: da Pisa, da Nizza, da Bergamo. È bellissimo arrivare in Liguria, ma è difficile poi andar via» (p. 33). Gian Poggi, architetto e già dirigente dell’Urbanistica del Comune, parla di una città che, negli anni della speculazione edilizia, ha «saturato gli spazi» con un’urbanistica selvaggia: «Case come “pacchetti” di esseri umani: attaccate le une alle altre, senza verde in mezzo, servite da strade insufficienti, senza parcheggi, troppo strette» (p. 103).

La quarta critica riguarda la politica e la classe dirigente. Maurizio Maresca non fa sconti ed è addirittura feroce: «La politica non coltiva alcun interesse a includere nella classe dirigente persone di qualità: a Genova in particolare. Solo tanti utili badilanti della politica […] che non traguardano un cambiamento con coraggio» (p. 129). E Augusto Cosulich rincara: «La politica deve smettere di litigare. Al cittadino non interessano le liti tra destra e sinistra, interessano i fatti: una città più pulita, giovani che ricevono aiuto, cantieri che vanno avanti» (p. 33).

LE PROPOSTE: CIÒ CHE OCCORRE FARE

Eppure, il libro non è un lamento. Si ispira a Angelo Costa, non potrebbe essere un lamento. Angelo Costa non sapeva nemmeno che cosa volesse dire “lamento”. Infatti, questo libro è pieno di proposte. La prima, e forse la più originale, è quella di insistere nella costruzione di reti. Giuseppe Franceschelli, coordinatore della Rete degli Ambasciatori di Genova nel Mondo, descrive un’esperienza unica: 208 persone, distribuite su quattro continenti, che mettono a disposizione della città le loro competenze, le loro relazioni, la loro passione (p. 140). «Una rete di volontari non si governa con gli ordini, ma con la cura», scrive Giuseppe Franceschelli (p. 143). E racconta come quella rete abbia portato a Genova il G20 sulle infrastrutture nel 2021, abbia promosso il progetto «Energy and Data Valley», abbia tessuto relazioni con la City di Londra e con la Svizzera (pp. 143-146). «Una città non compete più soltanto con i suoi metri quadri e i suoi cantieri, ma con la qualità e l’estensione delle relazioni di cui dispone» (p. 142). È una lezione che Costa avrebbe apprezzato: le reti immateriali – le relazioni, le comunicazioni, la fiducia reciproca che ne nasce – sono importanti quanto quelle materiali.

La seconda proposta è quella di puntare sull’innovazione tecnologica. Castellano cita l’Istituto Italiano di Tecnologia, il progetto degli Erzelli, il Liceo Tecnologico, il progetto RAISE: tutte realtà che esistono già, ma che vanno potenziate e coordinate in un vero ecosistema (pp. 57-58). Giorgio Metta, direttore dell’IIT, descrive un istituto che conta oltre 1.900 persone, il 50 per cento delle quali proviene dall’estero, con un’età media di 37 anni (p. 149). E racconta il progetto della «Robot Valley» nella Val Polcevera, un ecosistema di aziende, competenze e infrastrutture che ha pochi equivalenti in Italia (p. 151). Se avrà il coraggio di investire e di coordinarsi, Genova può diventare un hub europeo per l’intelligenza artificiale e la robotica.

La terza proposta è quella di ripensare il rapporto tra città e porto. Matteo Paroli annuncia la nuova diga, il cold ironing, l’elettrificazione delle banchine, il potenziamento del trasporto ferroviario (pp. 20-22). Ma chiede un cambio di mentalità: «Dobbiamo ricordarlo ai genovesi. Ai giovani. I giovani devono sapere da chi e da dove provengono la sua [della città] genia e la sua storia» (p. 22). Edoardo Monzani, dal canto suo, ricorda che il porto dà lavoro a oltre quarantamila persone e che «in tanti si innamorano di lui» (p. 35). Ma avverte: «Il porto di Genova è senza spazi» (p. 35). La nuova diga e il nuovo Piano Regolatore Portuale sono strumenti indispensabili. Bisognerà, poi, spingersi ancora oltre. Serve una visione integrata che colleghi porto, ferrovia, autostrade e città.

La quarta proposta è quella di ripensare la città stessa, a partire dalla sua geografia. Gian Poggi suggerisce di non disperdersi: «L’unico modo per fare evolvere questa città è scegliere pochi obiettivi e concentrarsi su quelli. Un lungimirante Assessorato all’Urbanistica dovrebbe puntare a fare una cosa per quartiere. Le rivoluzioni non si possono fare. Basterebbe un intervento significativo e ben progettato per ogni delegazione» (p. 106). E indica Cornigliano come il quartiere con più chance: ha una densità inferiore, qualche spazio residuo, aree già acquisite e bonificate (p. 106).

La quinta proposta è quella di investire sulla cultura come motore di sviluppo. Raffaella Besta ricorda che fu proprio Costa, insieme a Caterina Marcenaro, a gettare le basi per la riscoperta della grande pittura genovese del Sei-Settecento, gettando le premesse per le Colombiane del 1992, per il G8 del 2001, per Genova Capitale Europea della Cultura nel 2004 e per il riconoscimento UNESCO dei Palazzi dei Rolli nel 2006 (pp. 168-169). Giulio Sommariva loda quei musei che non siano noioso, ma che «crei[no] curiosità, interesse, divertimento» e che «educhi[no] lo sguardo» (p. 173). Stefano Verdino propone un calendario unificato delle manifestazioni culturali, incontri di lettura, spazi di aggregazione per giovani, e la valorizzazione della «città dei poeti» (pp. 181-184).

E OLTRE: IL FUTURO LUNGO

Ma per il futuro di Genova parlare di infrastrutture materiali non basta. Qui la partita si gioca su noi stessi, sul nostro modo di guardarci allo specchio; di metterci davanti alla nostra stessa coscienza – alla coscienza di noi setssi. Di chiederci: chi vogliamo essere domani? E di sentirci fuori posto, in disaccordo con il tempo che viaggia veloce, quando restassimo adagiati sui cuscini del nostro benessere, sotto i cieli troppo azzurri delle nostre bellissime tramontane, a passeggio sui lungomare, guardando, a distanza prudente, le mareggiate di inizio autunno… Chi vogliamo essere? Le rondini partono e tornano ogni anno e noi siamo qui: chi saremo al prossimo giro? Angelo Costa aveva ben chiara questa necessità: dare a se stessi una netta visione di chi si è. E poi lavorare per raggiungerla; per realizzarla.

Si dovrà puntare sulla capacità di attrarre e trattenere i giovani. Luca Borzani propone politiche per l’abitazione, la parità di genere, la riduzione della precarizzazione del lavoro, la diffusione dei servizi all’infanzia (pp. 117-118). Franco Toffoletto invoca la curiosità e l’innovazione. In queste due qualità c’è sempre una residua e resistente speranza: «Nel 1976 pareva che stesse crollando il mondo, eppure quello stesso anno è nata la Apple» (p. 125). E aggiunge: «In Italia non c’è un solo paese che non abbia una sua storia da raccontare. Chi può farci concorrenza in questo? Noi italiani abbiamo, dentro di noi, nei nostri geni, nel nostro sangue, le tracce del passaggio di tutti i popoli. Dovremmo portare in giro per l’Italia i giovani, dovremmo portare in giro gli stranieri. Farli stupire» (p. 126).

Stefano Franciolini, console onorario del Kazakistan, guarda oltre il Mediterraneo e vede un mondo che cambia: la globalizzazione classica si sta trasformando in una regionalizzazione del commercio, il Middle Corridoio tra Asia ed Europa si sta aprendo, le rotte artiche potrebbero diventare competitive (pp. 153-154). «La geografia è un vantaggio solo per chi sa organizzarsi», avverte Stefano Franciolini (p. 155). E aggiunge: «Il Kazakistan cerca il know-how della nostra piccola e media impresa. Chiedono alla nostra manifattura e al settore dell’agritech di stabilire la produzione in Kazakistan, creando joint venture» (p. 154). È un invito a un’internazionalizzazione molto più durevole e stretta di quanto si sia mai fatto in passato: smettere di esportare merci per cominciare a esportare “saper fare” e fabbriche.

LA LEZIONE DI COSTA

Cosa avrebbe detto Angelo Costa, oggi, di tutto questo? Probabilmente avrebbe ripetuto le parole che pronunciò nel 1971: «La struttura del paese, anche se malata, è ancora sostanzialmente sana. Gli italiani nella grande maggioranza hanno ancora voglia di lavorare anche se si fa il possibile per far loro passare la voglia. La virtù del risparmio è stata senza dubbio mortificata dai continui soprusi a danno del risparmiatore, ma fortunatamente il risparmiatore ha corta memoria e si può ritenere che sia pronto a dimenticare. […] Esiste una sola condizione: che si faccia una politica economica onesta. Una politica onesta può essere fatta solo da uno stato forte. Quando si dice stato forte non si intende certo uno stato poliziesco che comprima la libertà dei cittadini, ma uno stato che sappia difendere la libertà di tutti di fronte a soprusi non importa se di pochi o di molti» (p. 114). Angelo Costa scriveva una «politica economica». Noi potremmo dire: «una politica tout-court», onesta e coraggiosa.

Genova ha bisogno di reti forti, di visioni lunghe, di capacità e ardire. Ha bisogno, soprattutto, di ricordare che «il porto di Genova è di tutti gli italiani» (p. 20), che Genova è di tutti gli italiani e che, nell’essere di sé stessa, è anche del mondo, e che il suo futuro non è solo una questione locale, ma nazionale e internazionale. Occorre che ciò si senta, che sia fatto sentire. Come scrive Marco Vitale nell’introduzione, «Abbiamo nuovamente bisogno di ricostruttori della tempra morale e intellettuale e della fiducia nel popolo italiano, del tipo di Angelo Costa» (p. 12).

Cinquanta anni dopo, la sfida è ancora aperta. Le idee per vincerla ci sono. Ci sono anche il coraggio e l’azione? Si può andare d’accordo, quando il bene è comune ed è così “superiore” da parlare di “destino” e di futuro, proprio come in questo caso? [22082026]

«Genova, 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro»

Il 29 giugno 2026 la presentazione del libro, a cura di Paola Costa, Stefano Romanengo e Stefano Termanini (Stefano Termanini Editore) a Confindustria Genova

Genova, 25 giugno 2026 — Lunedì 29 giugno, alle 17.30, nella Sala Auditorium di Confindustria Genova (via San Vincenzo 2) verrà presentato il libro «Genova, 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro», a cura di Paola Costa, Stefano Romanengo e Stefano Termanini, con le fotografie di Roberto Orlando (Stefano Termanini Editore). L’incontro è introdotto da Stefano Termanini; ai curatori si affiancano gli autori del volume, che interverranno nel corso della presentazione.

Pubblicato a cinquant’anni dalla morte di Angelo Costa (1901-1976), armatore e industriale genovese, primo presidente della Confindustria del dopoguerra, il libro mette a confronto la lezione etica, economica e civile di Costa con la Genova di oggi. Il volume raccoglie una prefazione di Paola Costa e un’introduzione di Marco Vitale, e si articola in sette capitoli tematici. Ogni capitolo si apre con una selezione di testi di Angelo Costa e con una sintesi del suo pensiero su ciascun tema, a cura di Stefano Termanini; una fotografia di Roberto Orlando segna il passaggio fra le sezioni. Numerosi e illustri autori hanno donato all’iniziativa propri contributi, articoli, saggi e interviste, per popolare le diverse sezioni.

«Queste pagine nascono per rispondere a una domanda: quali valori di mio padre sono ancora validi oggi, cinquant’anni dopo?» dice Paola Costa, figlia di Angelo Costa e curatrice del volume. «I contributi raccolti danno un’immagine sfaccettata della Genova di oggi e vogliono essere, per le nuove generazioni, un punto di partenza».

«Abbiamo immaginato questo libro come un cantiere di idee, un laboratorio fecondato dall’esperienza di vita, di pensiero e di scrittura di Angelo Costa» afferma Stefano Termanini, editore e curatore del libro, con Paola Costa e Stefano Romanengo. «Abbiamo intrapreso – e non certo esaurito – una ricerca che, partendo dall’ispirazione illuminata di Angelo Costa, vuole essere di stimolo, anzi di “propulsione”, a Genova: nel suo presente, per il suo futuro. Sono grato ai molti illustri autori che hanno generosamente accettato il nostro invito. Molte altre idee avrebbero potuto trovare posto nel libro: quelle che ci sono, speriamo, sapranno suscitarne di nuove. Susciteranno, con le idee, azioni. Angelo Costa, dal cui esempio il nostro lavoro ha preso forma, era uomo di pensiero e d’azione».

Il contenuto del libro

Il porto, l’industria, l’etica, l’economia, la società, il mondo, la cultura: ogni capitolo vuole essere un percorso che interroga il lettore. Dopo la prefazione di Paola Costa e l’introduzione di Marco Vitale, il volume si apre con la sezione dedicata a «Il porto, la città, il paese». Qui, Matteo Paroli, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, insiste sulla necessità di trovare una sintesi sostenibile per lo scalo genovese: «l’impegno è quello di conciliare lo sviluppo delle attività portuali con la tutela dell’ambiente e del benessere della comunità». Mario Zanetti, amministratore delegato di Costa Crociere e presidente di Confitarma, si sofferma sulla centralità dell’economia marittima come asse strategico per Genova e per l’intero Paese, sostenendo che «investire con continuità su questa vocazione significa trasformare la storia in sviluppo, mettendo a sistema industria, competenze, relazioni e visione. Significa fare del mare una scelta concreta di futuro». Per Augusto Cosulich, presidente e CEO di Fratelli Cosulich, occorre superare con coraggio le logiche conservative a favore degli investimenti e della fiducia, poiché «il futuro di Genova, e per estensione dell’Italia, non può essere scritto dalla rendita immobiliare o dai soldi fermi in banca […] dobbiamo avere il coraggio di essere internazionali». Ammonisce: «Imprenditore, tira fuori i quattrini, abbi fiducia e investi!». Sul piano operativo, Edoardo Monzani, presidente di Stazioni Marittime SpA, ricorda come «a Genova sono le merci a dettar legge e soprattutto i contenitori […] Il porto è lavoro, tanto lavoro», mentre Francesco Zuccarino, presidente di MSC Italia, richiama l’importanza dell’etica e della parola data, auspicando il ritorno a «un sistema basato simbolicamente su strette di mano che valevano più di contratti e infinitamente di più di “call sul Web” o di analisi di mercato».

Nella seconda sezione, che porta il titolo di «L’industria, premessa e orizzonte», Fabrizio Ferrari, presidente di Confindustria Genova, evidenzia la fitta rete di connessioni del mondo produttivo, rammentando che «le stesse imprese vivono in una rete di relazioni con tutto il sistema economico, non solo tra venditori e acquirenti […] e ogni associazione imprenditoriale presuppone che ci siano principi e valori di base in cui ci si riconosce». Dal canto suo, Marco Doria, professore ordinario di Storia Economica all’Università di Genova, traccia l’evoluzione industriale del territorio constatando un profondo mutamento storico: «quel patrimonio di cultura industriale che aveva segnato la storia della città in buona misura non esiste più. […] Si tratta di una sfida e un impegno ineludibile per Genova, così come per tanti altri paesi del mondo occidentale, investiti dalla deindustrializzazione». Su una linea di forte slancio verso il futuro, Carlo Castellano, presidente di Alpim — Fondazione per i Minori ETS, indica la via dell’innovazione tecnologica per ridisegnare la manifattura della «città più vecchia d’Europa, qual è Genova», la quale «se vuole progettare un suo futuro deve quindi costruire nuove forme di imprenditorialità […] Per Genova l’industria del futuro è digitale anche nella manifattura».

La terza sezione indaga sull’etica. Ha titolo: «L’etica è uguale per tutti». Qui, Nicola Costa, presidente della Fondazione Acquario di Genova, pone l’accento sulla coscienza del singolo e sul valore delle regole: «non esiste una formula uguale per tutti, esiste una coscienza individuale nel rispetto sia della legge morale, sia di alcuni principi generali dell’economia, che anche nella legge morale hanno il loro fondamento», scrive. Beppe Costa, presidente esecutivo di Costa Edutainment S.p.A., rafforza l’idea del ruolo sociale di chi fa impresa, definendo l’imprenditore «figura centrale nello sviluppo di un territorio», la cui responsabilità va «ben oltre i confini della propria azienda». Nel saggio di Oreste Bazzichi, professore presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura Seraphicum, e Fabio Reali, professore presso l’International Center for Studies and Research on Franciscan Economics, si riflette sulla necessità di «un’architettura istituzionale capace di subordinare le logiche del capitale alla fioritura della vita e alla dignità inalienabile della persona umana». Paolo L. Bernardini, professore ordinario di Storia Moderna all’Università dell’Insubria, e Claudia Merga, docente di lingue straniere, invitano a riscoprire la forte impronta liberale del pensiero e dell’eredità morale di Angelo Costa, mettendo in guardia dai rischi del declino: «colpevolizzare l’imprenditore, creare una “città urbana”, che è tra quelle più “vecchie” al mondo per età della popolazione […] potrebbe portare ad un decadimento non reversibile».

La quarta sezione, intitolata «L’economia e la città che cambia», si apre con la riflessione di Giovanni B. Pittaluga, professore emerito di Economia Politica all’Università di Genova, che mette al centro l’unione inscindibile tra la natura liberale e la fede cattolica di Angelo Costa: «in lui […] vi era assoluta continuità tra l’essere liberale e l’essere cattolico. Dio, secondo Costa, ha dato all’uomo, ad un tempo, la libertà di scegliere e la responsabilità delle sue scelte». Sulla città che cambia, l’architetto Gian Poggi, già dirigente dell’Urbanistica del Comune di Genova, non usa mezzi termini: «i quartieri che si costruirono nel secondo dopoguerra furono pensati per una città che, si immaginava, sarebbe esplosa. Case come “pacchetti” di esseri umani […]. Certi progetti – dice – bisogna avere il coraggio di cestinarli e farne altri, meno costosi e meno impattanti».

La quinta sezione, dal titolo «La società e chi la guida», affronta il tema della cittadinanza e del lavoro. Lo storico ed editorialista de «La Repubblica» Luca Borzani analizza la transizione demografica cittadina, spiegando che «per Genova tornare a crescere così come misurarsi sulla città anziana è inscindibile dal disegnare i prossimi orizzonti». Su una linea analoga, l’avvocato Franco Toffoletto, managing partner di Toffoletto De Luca Tamajo, esorta a non rifugiarsi in uno sterile immobilismo, poiché «un paese moderno non può accettare di essere frenato dalla necessità – utile a qualcuno – di conservare quello che c’è e che, magari, non serve più a niente». Maurizio Maresca, professore ordinario di Diritto International all’Università di Udine, ribadisce la vocazione profonda della città, ricordando che «il porto, e la “maritime community” che lo circonda, è ciò che rende Genova diversa e specifica rispetto a qualunque altra città italiana».

La sesta sezione, dedicata a «Genova, nodo vitale, e il resto del mondo», esplora la dimensione internazionale della città. Giuseppe Franceschelli, coordinatore della Rete degli Ambasciatori di Genova nel Mondo, descrive l’operato della rete evidenziando come «un legame fondato sull’orgoglio e sulla gratitudine resiste dove i contratti si esauriscono» e mettendo in luce l’importanza degli Ambasciatori, «diplomazia civica al servizio della città». Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), illustra il modello aperto della ricerca scientifica, in cui Genova è parte attiva: «la ricerca di eccellenza non possa essere confinata in silos disciplinari […] perché è nell’intersezione tra competenze diverse che nascono le idee più fertili». A fargli eco è Stefano Franciolini, console onorario della Repubblica del Kazakistan, il quale rimarca l’esigenza di una visione globale: «oggi […] persino a Genova, bisogna pensare con il mondo in testa, perché il mondo sta cambiando a una velocità vertiginosa».

Infine, la settima sezione si concentra sulla cultura e ha titolo: «La cultura: si pensa come si è». Il giornalista Renato Tortarolo riscopre la cura quotidiana del pensiero e dello studio, osservando che Angelo Costa «sapeva molto bene che la conoscenza va alimentata ogni giorno, senza confonderla con l’approssimazione globale di oggi». Raffaella Besta, responsabile del Polo Musei d’Arte Antica, ricorda Angelo Costa quale collezionista e mecenate, descrivendolo come «un uomo per il quale attività imprenditoriale e bellezza non erano mondi separati, ma espressioni diverse di un’identità civica che sentiva profondamente propria». Giulio Sommariva, professore all’Accademia Ligustica di Belle Arti, rilancia il valore educativo e stimolante dell’istituzione museale: «quello che è fondamentale oggi, per i bambini ma anche per gli adulti, è acquisire la consapevolezza che il tempo che si passa al museo è un tempo leggero e stimolante e, in fin dei conti, piacevole». Carlo Bitossi, già professore ordinario di Storia Moderna all’Università di Ferrara, mette in evidenza la necessità di puntare su fattori di sviluppo tecnologici e infrastrutturali: «sono la riconversione delle attività produttive, l’avvio di iniziative ad alta tecnologia […] che possono disegnare il panorama della città del futuro, sperabilmente meglio collegata per terra e per aria al resto del paese e al resto d’Europa». A concludere il percorso è Stefano Verdino, Accademia di Scienze e Lettere di Genova, con una riflessione dedicata alle nuove generazioni e alle prospettive di socialità: «ai giovani mancano spazi di aggregazione e di scambio culturale, come del resto è sempre stato in una città dai non pochi deficit comunicativi al suo interno non meno che al suo esterno». Occorre fare qualcosa. E il libro nasce per questo: per pensare e far pensare; più ancora, per dare un contributo all’azione. Per fare.

Informazioni

La presentazione si tiene lunedì 29 giugno, alle 17.30, nella Sala Auditorium di Confindustria Genova (via San Vincenzo 2, terzo piano). La partecipazione è libera. Per ragioni organizzative si richiede la conferma a questo link: https://bit.ly/genova-50-anni-dopo

Per i colleghi giornalisti che desiderano consultare il libro in anteprima, è disponibile una versione sfogliabile online, tramite questo link riservato: https://online.fliphtml5.com/oyxjw/qokm/

Il libro avrà inoltre uno spazio, più breve, durante l’Assemblea pubblica di Confindustria Genova del 3 luglio, a bordo della nave Costa Toscana.



Scheda del libro

«Genova, 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro», a cura di Paola Costa, Stefano Romanengo e Stefano Termanini, fotografie di Roberto Orlando. Stefano Termanini Editore, Genova, 2026, pp. 188. € 20. ISBN 97888-95472911.

Gli autori

Curatori: Paola Costa, Stefano Romanengo, Stefano Termanini.

Fotografie: Roberto Orlando

Introduzione: Marco Vitale, economista d’impresa

  1. Il porto, la città, il paese

Matteo Paroli, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale Mar Ligure Occidentale; Mario Zanetti, amministratore delegato di Costa Crociere, presidente di Confitarma, Special Advisor di Confindustria per l’Economia del Mare; Augusto Cosulich, Cavaliere del Lavoro, presidente e CEO di Fratelli Cosulich; Edoardo Monzani, presidente di Stazioni Marittime SpA; Francesco Zuccarino, presidente MSC Italia.

  1. L’industria, premessa e orizzonte

Fabrizio Ferrari, presidente di Confindustria Genova; Marco Doria, professore ordinario di Storia Economica all’Università di Genova; Carlo Castellano, presidente di Alpim — Fondazione per i Minori ETS, Genova

  1. L’etica è uguale per tutti

Nicola Costa, presidente della Fondazione Acquario di Genova; Beppe Costa, presidente esecutivo di Costa Edutainment S.p.A. e Cavaliere del Lavoro; Oreste Bazzichi, professore presso la Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura Seraphicum di Roma e Fabio Reali, professore presso l’International Center for Studies and Research on Franciscan Economics; Paolo L. Bernardini, professore ordinario di Storia Moderna all’Università dell’Insubria, e Claudia Merga, docente di lingue straniere nei licei della provincia di Como.

  1. L’economia e la città che cambia

Giovanni B. Pittaluga, professore emerito di Economia Politica all’Università di Genova; Gian Poggi, architetto, già dirigente dell’Urbanistica e dei Lavori Pubblici del Comune di Genova

  1. La società e chi la guida

Luca Borzani, storico ed editorialista de «La Repubblica»; Franco Toffoletto, avvocato, Managing Partner di Toffoletto De Luca Tamajo; Maurizio Maresca, professore ordinario di Diritto Internazionale all’Università di Udine

  1. Genova, nodo vitale, e il resto del mondo

Giuseppe Franceschelli, Ambasciatore di Genova nel Mondo e coordinatore della Rete degli Ambasciatori di Genova nel Mondo del Comune di Genova; Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova; Stefano Franciolini, commercialista, console onorario della Repubblica del Kazakistan

  1. La cultura: si pensa come si è

Renato Tortarolo, giornalista; Raffaella Besta, responsabile del Polo Musei d’Arte Antica; Giulio Sommariva, professore all’Accademia Ligustica di Belle Arti, già conservatore del Museo; Carlo Bitossi, già professore ordinario di Storia Moderna all’Università di Ferrara; Stefano Verdino, Accademia di Scienze e Lettere, Genova


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