Le reti, il coraggio e una “visione lunga” per il futuro di Genova
di Stefano Termanini
Cinquanta anni dopo la scomparsa di Angelo Costa, Genova appare come una città sospesa. Sospesa tra un passato glorioso e un presente che fatica a trovare una nuova rotta. Sospesa – anche – tra la consapevolezza delle proprie potenzialità e la ruggine di tradurle in azioni concrete. Sospesa, soprattutto, tra il rimpianto di ciò che è stato e la paura di ciò che potrebbe diventare. Potrebbe essere, questa sospensione, quasi un blocco. Una costrizione a girarsi attorno, ammaliati dalla propria bellezza. Per questo, nel cinquantennale della scomparsa di Angelo Costa, uno dei più straordinari “giganti” della Genova del Novecento, con Paola Costa e Stefano Romanengo e con tanti illustri autori che, chi con un proprio testo, chi con una intervista, hanno accettato di entrare nel confronto, abbiamo riflettuto. La riflessione è diventata un libro, illuminato dalle bellissime fotografie di Roberto Orlando: «Genova 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro», Stefano Termanini Editore. Nel libro ci sono visioni, letture, proposte. Ci sono dubbi, critiche, idee. In ogni caso – abbiano il sapore dolce della lode o quello aspro della critica – potranno essere d’aiuto. Così vogliono essere: d’aiuto. Se, a loro volta, sapranno innescare riflessioni col talento dell’azione, potranno aiutarci a disegnare un futuro luminoso per la Superba.
LE CRITICHE: CIÒ CHE NON FUNZIONA
La prima, e forse più grave, critica riguarda la demografia. Luca Borzani lo documenta con numeri impietosi: Genova è la città più vecchia d’Europa, con un’età media di 50 anni, un indice di vecchiaia che ha superato il 245 per cento e un’emorragia di giovani che si traduce in 36mila partenze tra il 2002 e il 2024, quasi la metà dei quali laureati (pp. 116-117). «Ogni generazione è inferiore alla generazione precedente e determina il progressivo calo della consistenza della popolazione in età riproduttiva», scrive Luca Borzani (p. 117). È un declino che va indagato e che non si inverte da sé.
La seconda critica riguarda l’industria. Marco Doria descrive la parabola della deindustrializzazione: dagli 89.628 addetti del 1951 ai 42.242 del 1991 (p. 51). «Spazi urbani un tempo segnati dalla presenza di ciminiere, grandi fabbricati industriali, depositi, sono così interessati da progetti, realizzati in modi anche discutibili, che prevedono la costruzione di case d’abitazione, centri commerciali, luoghi del tempo libero» (p. 52). La città si è terziarizzata, ma non sempre in modo virtuoso. Carlo Castellano aggiunge: «Genova non può pensare di puntare solo sul tradizionale e consolidato mondo marittimo-portuale, sul turismo e come privilegiato dormitorio per Milano» (p. 56).
La terza critica investe il porto e le infrastrutture. Augusto Cosulich è netto: «Senza la diga, le grandi navi non entrano e noi perdiamo traffico. Diventiamo un piccolo porto periferico, non possiamo competere con Rotterdam o Barcellona» (p. 33). E aggiunge: «Abbiamo un aeroporto che si è fatto far terra bruciata tutt’attorno: da Pisa, da Nizza, da Bergamo. È bellissimo arrivare in Liguria, ma è difficile poi andar via» (p. 33). Gian Poggi, architetto e già dirigente dell’Urbanistica del Comune, parla di una città che, negli anni della speculazione edilizia, ha «saturato gli spazi» con un’urbanistica selvaggia: «Case come “pacchetti” di esseri umani: attaccate le une alle altre, senza verde in mezzo, servite da strade insufficienti, senza parcheggi, troppo strette» (p. 103).
La quarta critica riguarda la politica e la classe dirigente. Maurizio Maresca non fa sconti ed è addirittura feroce: «La politica non coltiva alcun interesse a includere nella classe dirigente persone di qualità: a Genova in particolare. Solo tanti utili badilanti della politica […] che non traguardano un cambiamento con coraggio» (p. 129). E Augusto Cosulich rincara: «La politica deve smettere di litigare. Al cittadino non interessano le liti tra destra e sinistra, interessano i fatti: una città più pulita, giovani che ricevono aiuto, cantieri che vanno avanti» (p. 33).
LE PROPOSTE: CIÒ CHE OCCORRE FARE
Eppure, il libro non è un lamento. Si ispira a Angelo Costa, non potrebbe essere un lamento. Angelo Costa non sapeva nemmeno che cosa volesse dire “lamento”. Infatti, questo libro è pieno di proposte. La prima, e forse la più originale, è quella di insistere nella costruzione di reti. Giuseppe Franceschelli, coordinatore della Rete degli Ambasciatori di Genova nel Mondo, descrive un’esperienza unica: 208 persone, distribuite su quattro continenti, che mettono a disposizione della città le loro competenze, le loro relazioni, la loro passione (p. 140). «Una rete di volontari non si governa con gli ordini, ma con la cura», scrive Giuseppe Franceschelli (p. 143). E racconta come quella rete abbia portato a Genova il G20 sulle infrastrutture nel 2021, abbia promosso il progetto «Energy and Data Valley», abbia tessuto relazioni con la City di Londra e con la Svizzera (pp. 143-146). «Una città non compete più soltanto con i suoi metri quadri e i suoi cantieri, ma con la qualità e l’estensione delle relazioni di cui dispone» (p. 142). È una lezione che Costa avrebbe apprezzato: le reti immateriali – le relazioni, le comunicazioni, la fiducia reciproca che ne nasce – sono importanti quanto quelle materiali.
La seconda proposta è quella di puntare sull’innovazione tecnologica. Castellano cita l’Istituto Italiano di Tecnologia, il progetto degli Erzelli, il Liceo Tecnologico, il progetto RAISE: tutte realtà che esistono già, ma che vanno potenziate e coordinate in un vero ecosistema (pp. 57-58). Giorgio Metta, direttore dell’IIT, descrive un istituto che conta oltre 1.900 persone, il 50 per cento delle quali proviene dall’estero, con un’età media di 37 anni (p. 149). E racconta il progetto della «Robot Valley» nella Val Polcevera, un ecosistema di aziende, competenze e infrastrutture che ha pochi equivalenti in Italia (p. 151). Se avrà il coraggio di investire e di coordinarsi, Genova può diventare un hub europeo per l’intelligenza artificiale e la robotica.
La terza proposta è quella di ripensare il rapporto tra città e porto. Matteo Paroli annuncia la nuova diga, il cold ironing, l’elettrificazione delle banchine, il potenziamento del trasporto ferroviario (pp. 20-22). Ma chiede un cambio di mentalità: «Dobbiamo ricordarlo ai genovesi. Ai giovani. I giovani devono sapere da chi e da dove provengono la sua [della città] genia e la sua storia» (p. 22). Edoardo Monzani, dal canto suo, ricorda che il porto dà lavoro a oltre quarantamila persone e che «in tanti si innamorano di lui» (p. 35). Ma avverte: «Il porto di Genova è senza spazi» (p. 35). La nuova diga e il nuovo Piano Regolatore Portuale sono strumenti indispensabili. Bisognerà, poi, spingersi ancora oltre. Serve una visione integrata che colleghi porto, ferrovia, autostrade e città.
La quarta proposta è quella di ripensare la città stessa, a partire dalla sua geografia. Gian Poggi suggerisce di non disperdersi: «L’unico modo per fare evolvere questa città è scegliere pochi obiettivi e concentrarsi su quelli. Un lungimirante Assessorato all’Urbanistica dovrebbe puntare a fare una cosa per quartiere. Le rivoluzioni non si possono fare. Basterebbe un intervento significativo e ben progettato per ogni delegazione» (p. 106). E indica Cornigliano come il quartiere con più chance: ha una densità inferiore, qualche spazio residuo, aree già acquisite e bonificate (p. 106).
La quinta proposta è quella di investire sulla cultura come motore di sviluppo. Raffaella Besta ricorda che fu proprio Costa, insieme a Caterina Marcenaro, a gettare le basi per la riscoperta della grande pittura genovese del Sei-Settecento, gettando le premesse per le Colombiane del 1992, per il G8 del 2001, per Genova Capitale Europea della Cultura nel 2004 e per il riconoscimento UNESCO dei Palazzi dei Rolli nel 2006 (pp. 168-169). Giulio Sommariva loda quei musei che non siano noioso, ma che «crei[no] curiosità, interesse, divertimento» e che «educhi[no] lo sguardo» (p. 173). Stefano Verdino propone un calendario unificato delle manifestazioni culturali, incontri di lettura, spazi di aggregazione per giovani, e la valorizzazione della «città dei poeti» (pp. 181-184).
E OLTRE: IL FUTURO LUNGO
Ma per il futuro di Genova parlare di infrastrutture materiali non basta. Qui la partita si gioca su noi stessi, sul nostro modo di guardarci allo specchio; di metterci davanti alla nostra stessa coscienza – alla coscienza di noi setssi. Di chiederci: chi vogliamo essere domani? E di sentirci fuori posto, in disaccordo con il tempo che viaggia veloce, quando restassimo adagiati sui cuscini del nostro benessere, sotto i cieli troppo azzurri delle nostre bellissime tramontane, a passeggio sui lungomare, guardando, a distanza prudente, le mareggiate di inizio autunno… Chi vogliamo essere? Le rondini partono e tornano ogni anno e noi siamo qui: chi saremo al prossimo giro? Angelo Costa aveva ben chiara questa necessità: dare a se stessi una netta visione di chi si è. E poi lavorare per raggiungerla; per realizzarla.
Si dovrà puntare sulla capacità di attrarre e trattenere i giovani. Luca Borzani propone politiche per l’abitazione, la parità di genere, la riduzione della precarizzazione del lavoro, la diffusione dei servizi all’infanzia (pp. 117-118). Franco Toffoletto invoca la curiosità e l’innovazione. In queste due qualità c’è sempre una residua e resistente speranza: «Nel 1976 pareva che stesse crollando il mondo, eppure quello stesso anno è nata la Apple» (p. 125). E aggiunge: «In Italia non c’è un solo paese che non abbia una sua storia da raccontare. Chi può farci concorrenza in questo? Noi italiani abbiamo, dentro di noi, nei nostri geni, nel nostro sangue, le tracce del passaggio di tutti i popoli. Dovremmo portare in giro per l’Italia i giovani, dovremmo portare in giro gli stranieri. Farli stupire» (p. 126).
Stefano Franciolini, console onorario del Kazakistan, guarda oltre il Mediterraneo e vede un mondo che cambia: la globalizzazione classica si sta trasformando in una regionalizzazione del commercio, il Middle Corridoio tra Asia ed Europa si sta aprendo, le rotte artiche potrebbero diventare competitive (pp. 153-154). «La geografia è un vantaggio solo per chi sa organizzarsi», avverte Stefano Franciolini (p. 155). E aggiunge: «Il Kazakistan cerca il know-how della nostra piccola e media impresa. Chiedono alla nostra manifattura e al settore dell’agritech di stabilire la produzione in Kazakistan, creando joint venture» (p. 154). È un invito a un’internazionalizzazione molto più durevole e stretta di quanto si sia mai fatto in passato: smettere di esportare merci per cominciare a esportare “saper fare” e fabbriche.
LA LEZIONE DI COSTA
Cosa avrebbe detto Angelo Costa, oggi, di tutto questo? Probabilmente avrebbe ripetuto le parole che pronunciò nel 1971: «La struttura del paese, anche se malata, è ancora sostanzialmente sana. Gli italiani nella grande maggioranza hanno ancora voglia di lavorare anche se si fa il possibile per far loro passare la voglia. La virtù del risparmio è stata senza dubbio mortificata dai continui soprusi a danno del risparmiatore, ma fortunatamente il risparmiatore ha corta memoria e si può ritenere che sia pronto a dimenticare. […] Esiste una sola condizione: che si faccia una politica economica onesta. Una politica onesta può essere fatta solo da uno stato forte. Quando si dice stato forte non si intende certo uno stato poliziesco che comprima la libertà dei cittadini, ma uno stato che sappia difendere la libertà di tutti di fronte a soprusi non importa se di pochi o di molti» (p. 114). Angelo Costa scriveva una «politica economica». Noi potremmo dire: «una politica tout-court», onesta e coraggiosa.
Genova ha bisogno di reti forti, di visioni lunghe, di capacità e ardire. Ha bisogno, soprattutto, di ricordare che «il porto di Genova è di tutti gli italiani» (p. 20), che Genova è di tutti gli italiani e che, nell’essere di sé stessa, è anche del mondo, e che il suo futuro non è solo una questione locale, ma nazionale e internazionale. Occorre che ciò si senta, che sia fatto sentire. Come scrive Marco Vitale nell’introduzione, «Abbiamo nuovamente bisogno di ricostruttori della tempra morale e intellettuale e della fiducia nel popolo italiano, del tipo di Angelo Costa» (p. 12).
Cinquanta anni dopo, la sfida è ancora aperta. Le idee per vincerla ci sono. Ci sono anche il coraggio e l’azione? Si può andare d’accordo, quando il bene è comune ed è così “superiore” da parlare di “destino” e di futuro, proprio come in questo caso? [22082026]





