Se ne è parlato anche nel nostro libro “Tantasà. Dieci anni di Storie, Luoghi, Persone”, a cura di Enrico Beccaria e Luca Monti, Stefano Termanini Editore



SAN SALVATORE MONFERRATO (AL) – C’è un ingrediente che non passa mai di moda nella provincia piemontese: il mistero. Se poi lo si condisce con un pizzico di stricnina, un pollo arrosto (forse) colpevole e un protagonista che sembra uscito dalla penna di Emmanuel Carrère, il piatto è servito. Sabato 7 febbraio 2026, la Sala Polivalente di Palazzo Cavalli si è trasformata in un tribunale della memoria, un po’ teatro e un po’ seduta spiritica, per rievocare i fantasmi della cascina De Giorgis, nel quartiere del Clorio.
L’occasione? Un incontro organizzato dall’Associazione culturale Tantasà, guidata da Luca Monti, per disotterrare – metaforicamente, s’intende – la figura di Alfredo De Giorgis. Avvocato, chimico mancato, seduttore seriale e, secondo la sentenza dell’epoca, sterminatore della propria famiglia nel lontano 1946.
L’incontro si è aperto con un coup de théâtre. Luca Monti ed Elisa Molina hanno trascinato il pubblico direttamente in commissariato. Lui, commissario incalzante; lei, nei panni di una delle tante amanti del De Giorgis, svampita quanto basta per rendere l’orrore grottesco.
«Noi eravamo come due sposi novelli… lui veniva tutti i weekend a Pavia a trovarmi», recita la Molina con occhio sognante, difendendo l’indifendibile Alfredo. «Lui è sempre stato una persona buona, non posso credere che abbia fatto quello che dicono!».
La cornice è classica: il sinistro, avvolgente fascino del male. De Giorgis, il “Caligola del Piemonte”, aveva convinto la sua famiglia di aver mangiato un pollo avvelenato, inducendoli a prendere un antidoto che, ops, era stricnina pura. Un errore di laboratorio? Un piano diabolico? «La verità non c’è. La verità è quella che si crede», chiosa il Monti-Commissario. Parla la lingua del teatro, riecheggia il relativismo del cambio di scena. D’altra parte, quello che su proscenio è normalità, nella vita vera fa venire i brividi.
Ma il vero spettacolo è iniziato quando i Tantasà hanno rotto la quarta parete. «Come facciamo a raccontare questa storia senza offendere la memoria di sei morti, ma cogliendo l’assurdità del personaggio?», ha chiesto Luca Monti alla platea. E i presenti hanno risposto.
Il primo a prendere la parola è stato il signor Piero, memoria storica del paese, che ha riportato tutti con i piedi per terra, o meglio, al cimitero: «Quello che mi è rimasto impresso sono le bare. Quelle le ho ancora davanti agli occhi». Piero ricorda il De Giorgis come un uomo «strano», uno che «non frequentava tanto il paese», preferendo la vita mondana e, a quanto pare, una certa «mezza fidanzata a Vercelli». Voce di popolo? Verità? Chissà.
Poi è arrivata la scienza. Il dottor Edo Molina ha fornito una diagnosi postuma che nemmeno in un romanzo poliziesco… Secondo lui, De Giorgis era «un paranoico gravissimo». E attenzione, dice, perché «i paranoici sono persone intelligenti… ma se la legano al dito». Il dottore ha smontato la tesi dell’errore chimico con la freddezza di un anatomopatologo: la stricnina non è un farmaco da banco e De Giorgis, che giocava al piccolo chimico, sapeva bene cosa faceva. «Lui è sempre riuscito a far bella figura», ha aggiunto Edo, sottolineando il tratto manipolatore dell’omicida.
Il colpo di scena narrativo lo ha servito Roberto, che ha portato in sala il padre Renato (dieci anni all’epoca dei fatti) e un vecchio articolo di giornale riesumato da un cassetto. La domanda che aleggiava in sala era: ma la moglie Giovanna, che ha somministrato il veleno credendolo antidoto, era vittima o carnefice inconsapevole?
L’articolo letto da Roberto descriveva la consorte come «l’infaticabile aiutante negli studi» e «indispensabile assistente dei suoi esperimenti scientifici». Un dettaglio che getta un’ombra inquietante: era una partnership criminale o una devozione cieca finita in tragedia? «Un avventuriero in casa sua», lo ha definito Roberto, suggerendo che forse De Giorgis si sentisse stretto in quella vita di provincia.
Tra aneddoti su De Giorgis che investe ciclisti e scappa («Forse non era tanto avvezzo ai conti… scappi con la cassa!», ha ironizzato qualcuno dal pubblico ricordando le sue condanne per truffa), e lettere deliranti citate dal signor Mario («Lettere di un esaltato» scritte a uno zio gerarca al tempo della guerra d’Africa, nella quale, comunque, dice di ricordare che De Giorgis fosse stato decorato con MAVM!), il quadro che ne esce è quello di un narcisista patologico, affetto da ipertermia e ipertrofico in ogni suo gesto e azione.
«Ma voi cosa vorreste vedere in teatro?», hanno chiesto alla fine Luca Monti ed Elisa Molina, quasi sopraffatti dalla mole di materiale umano (e disumano) emerso.
La risposta non è arrivata univoca, perché, come ha ricordato qualcuno, a San Salvatore c’erano due fazioni: «I De Giorgisti e gli anti-De Giorgisti».
L’appuntamento è per il prossimo spettacolo. Riusciranno i Tantasà a mettere in scena l’indicibile senza trasformarlo né in tragedia né in commedia? Dando a ciascuno il suo? Non facendo giustizia, forse, perché troppo tempo è passato, ma dando un contributo alla migliore comprensione dell’umano? Poiché ciascuno è stato invitato a farlo, anche io, qui, voglio provare a dire la mia: a me pare che Alfredo De Giorgis abbia molto del Jean-Claude Romand di cui ha magistralmente scritto Emmanuel Carrère nel suo “L’avversario”. Forse nella vita di De Giorgis tutto era falso: la laurea, l’eroismo bellicista, la qualifica di “avvocato” e di “chimico”, magari anche la Medaglia al Valore. Ci sono archivi per queste cose e si può andare a controllare. Tutte maschere, come quelle di Jean-Claude Romand. Maschere diverse e intercambiabili, indossate da un abile seduttore, nodi di una rete che avviluppa e intrappola. Come uscirne, quando l’ombra dell’Avversario è ormai troppo prossima e incombente, se non si accetta di fare passi indietro?
Una cosa è certa: a San Salvatore, il pollo arrosto non avrà mai più lo stesso sapore. [s.t.]|


