50 ANNI DOPO E OLTRE

Le reti, il coraggio e una “visione lunga” per il futuro di Genova

di Stefano Termanini

Cinquanta anni dopo la scomparsa di Angelo Costa, Genova appare come una città sospesa. Sospesa tra un passato glorioso e un presente che fatica a trovare una nuova rotta. Sospesa – anche – tra la consapevolezza delle proprie potenzialità e la ruggine di tradurle in azioni concrete. Sospesa, soprattutto, tra il rimpianto di ciò che è stato e la paura di ciò che potrebbe diventare. Potrebbe essere, questa sospensione, quasi un blocco. Una costrizione a girarsi attorno, ammaliati dalla propria bellezza. Per questo, nel cinquantennale della scomparsa di Angelo Costa, uno dei più straordinari “giganti” della Genova del Novecento, con Paola Costa e Stefano Romanengo e con tanti illustri autori che, chi con un proprio testo, chi con una intervista, hanno accettato di entrare nel confronto, abbiamo riflettuto. La riflessione è diventata un libro, illuminato dalle bellissime fotografie di Roberto Orlando: «Genova 50 anni dopo. Angelo Costa, la sua lezione, il nostro desiderio di futuro», Stefano Termanini Editore. Nel libro ci sono visioni, letture, proposte. Ci sono dubbi, critiche, idee. In ogni caso – abbiano il sapore dolce della lode o quello aspro della critica – potranno essere d’aiuto. Così vogliono essere: d’aiuto. Se, a loro volta, sapranno innescare riflessioni col talento dell’azione, potranno aiutarci a disegnare un futuro luminoso per la Superba.

LE CRITICHE: CIÒ CHE NON FUNZIONA

La prima, e forse più grave, critica riguarda la demografia. Luca Borzani lo documenta con numeri impietosi: Genova è la città più vecchia d’Europa, con un’età media di 50 anni, un indice di vecchiaia che ha superato il 245 per cento e un’emorragia di giovani che si traduce in 36mila partenze tra il 2002 e il 2024, quasi la metà dei quali laureati (pp. 116-117). «Ogni generazione è inferiore alla generazione precedente e determina il progressivo calo della consistenza della popolazione in età riproduttiva», scrive Luca Borzani (p. 117). È un declino che va indagato e che non si inverte da sé.

La seconda critica riguarda l’industria. Marco Doria descrive la parabola della deindustrializzazione: dagli 89.628 addetti del 1951 ai 42.242 del 1991 (p. 51). «Spazi urbani un tempo segnati dalla presenza di ciminiere, grandi fabbricati industriali, depositi, sono così interessati da progetti, realizzati in modi anche discutibili, che prevedono la costruzione di case d’abitazione, centri commerciali, luoghi del tempo libero» (p. 52). La città si è terziarizzata, ma non sempre in modo virtuoso. Carlo Castellano aggiunge: «Genova non può pensare di puntare solo sul tradizionale e consolidato mondo marittimo-portuale, sul turismo e come privilegiato dormitorio per Milano» (p. 56).

La terza critica investe il porto e le infrastrutture. Augusto Cosulich è netto: «Senza la diga, le grandi navi non entrano e noi perdiamo traffico. Diventiamo un piccolo porto periferico, non possiamo competere con Rotterdam o Barcellona» (p. 33). E aggiunge: «Abbiamo un aeroporto che si è fatto far terra bruciata tutt’attorno: da Pisa, da Nizza, da Bergamo. È bellissimo arrivare in Liguria, ma è difficile poi andar via» (p. 33). Gian Poggi, architetto e già dirigente dell’Urbanistica del Comune, parla di una città che, negli anni della speculazione edilizia, ha «saturato gli spazi» con un’urbanistica selvaggia: «Case come “pacchetti” di esseri umani: attaccate le une alle altre, senza verde in mezzo, servite da strade insufficienti, senza parcheggi, troppo strette» (p. 103).

La quarta critica riguarda la politica e la classe dirigente. Maurizio Maresca non fa sconti ed è addirittura feroce: «La politica non coltiva alcun interesse a includere nella classe dirigente persone di qualità: a Genova in particolare. Solo tanti utili badilanti della politica […] che non traguardano un cambiamento con coraggio» (p. 129). E Augusto Cosulich rincara: «La politica deve smettere di litigare. Al cittadino non interessano le liti tra destra e sinistra, interessano i fatti: una città più pulita, giovani che ricevono aiuto, cantieri che vanno avanti» (p. 33).

LE PROPOSTE: CIÒ CHE OCCORRE FARE

Eppure, il libro non è un lamento. Si ispira a Angelo Costa, non potrebbe essere un lamento. Angelo Costa non sapeva nemmeno che cosa volesse dire “lamento”. Infatti, questo libro è pieno di proposte. La prima, e forse la più originale, è quella di insistere nella costruzione di reti. Giuseppe Franceschelli, coordinatore della Rete degli Ambasciatori di Genova nel Mondo, descrive un’esperienza unica: 208 persone, distribuite su quattro continenti, che mettono a disposizione della città le loro competenze, le loro relazioni, la loro passione (p. 140). «Una rete di volontari non si governa con gli ordini, ma con la cura», scrive Giuseppe Franceschelli (p. 143). E racconta come quella rete abbia portato a Genova il G20 sulle infrastrutture nel 2021, abbia promosso il progetto «Energy and Data Valley», abbia tessuto relazioni con la City di Londra e con la Svizzera (pp. 143-146). «Una città non compete più soltanto con i suoi metri quadri e i suoi cantieri, ma con la qualità e l’estensione delle relazioni di cui dispone» (p. 142). È una lezione che Costa avrebbe apprezzato: le reti immateriali – le relazioni, le comunicazioni, la fiducia reciproca che ne nasce – sono importanti quanto quelle materiali.

La seconda proposta è quella di puntare sull’innovazione tecnologica. Castellano cita l’Istituto Italiano di Tecnologia, il progetto degli Erzelli, il Liceo Tecnologico, il progetto RAISE: tutte realtà che esistono già, ma che vanno potenziate e coordinate in un vero ecosistema (pp. 57-58). Giorgio Metta, direttore dell’IIT, descrive un istituto che conta oltre 1.900 persone, il 50 per cento delle quali proviene dall’estero, con un’età media di 37 anni (p. 149). E racconta il progetto della «Robot Valley» nella Val Polcevera, un ecosistema di aziende, competenze e infrastrutture che ha pochi equivalenti in Italia (p. 151). Se avrà il coraggio di investire e di coordinarsi, Genova può diventare un hub europeo per l’intelligenza artificiale e la robotica.

La terza proposta è quella di ripensare il rapporto tra città e porto. Matteo Paroli annuncia la nuova diga, il cold ironing, l’elettrificazione delle banchine, il potenziamento del trasporto ferroviario (pp. 20-22). Ma chiede un cambio di mentalità: «Dobbiamo ricordarlo ai genovesi. Ai giovani. I giovani devono sapere da chi e da dove provengono la sua [della città] genia e la sua storia» (p. 22). Edoardo Monzani, dal canto suo, ricorda che il porto dà lavoro a oltre quarantamila persone e che «in tanti si innamorano di lui» (p. 35). Ma avverte: «Il porto di Genova è senza spazi» (p. 35). La nuova diga e il nuovo Piano Regolatore Portuale sono strumenti indispensabili. Bisognerà, poi, spingersi ancora oltre. Serve una visione integrata che colleghi porto, ferrovia, autostrade e città.

La quarta proposta è quella di ripensare la città stessa, a partire dalla sua geografia. Gian Poggi suggerisce di non disperdersi: «L’unico modo per fare evolvere questa città è scegliere pochi obiettivi e concentrarsi su quelli. Un lungimirante Assessorato all’Urbanistica dovrebbe puntare a fare una cosa per quartiere. Le rivoluzioni non si possono fare. Basterebbe un intervento significativo e ben progettato per ogni delegazione» (p. 106). E indica Cornigliano come il quartiere con più chance: ha una densità inferiore, qualche spazio residuo, aree già acquisite e bonificate (p. 106).

La quinta proposta è quella di investire sulla cultura come motore di sviluppo. Raffaella Besta ricorda che fu proprio Costa, insieme a Caterina Marcenaro, a gettare le basi per la riscoperta della grande pittura genovese del Sei-Settecento, gettando le premesse per le Colombiane del 1992, per il G8 del 2001, per Genova Capitale Europea della Cultura nel 2004 e per il riconoscimento UNESCO dei Palazzi dei Rolli nel 2006 (pp. 168-169). Giulio Sommariva loda quei musei che non siano noioso, ma che «crei[no] curiosità, interesse, divertimento» e che «educhi[no] lo sguardo» (p. 173). Stefano Verdino propone un calendario unificato delle manifestazioni culturali, incontri di lettura, spazi di aggregazione per giovani, e la valorizzazione della «città dei poeti» (pp. 181-184).

E OLTRE: IL FUTURO LUNGO

Ma per il futuro di Genova parlare di infrastrutture materiali non basta. Qui la partita si gioca su noi stessi, sul nostro modo di guardarci allo specchio; di metterci davanti alla nostra stessa coscienza – alla coscienza di noi setssi. Di chiederci: chi vogliamo essere domani? E di sentirci fuori posto, in disaccordo con il tempo che viaggia veloce, quando restassimo adagiati sui cuscini del nostro benessere, sotto i cieli troppo azzurri delle nostre bellissime tramontane, a passeggio sui lungomare, guardando, a distanza prudente, le mareggiate di inizio autunno… Chi vogliamo essere? Le rondini partono e tornano ogni anno e noi siamo qui: chi saremo al prossimo giro? Angelo Costa aveva ben chiara questa necessità: dare a se stessi una netta visione di chi si è. E poi lavorare per raggiungerla; per realizzarla.

Si dovrà puntare sulla capacità di attrarre e trattenere i giovani. Luca Borzani propone politiche per l’abitazione, la parità di genere, la riduzione della precarizzazione del lavoro, la diffusione dei servizi all’infanzia (pp. 117-118). Franco Toffoletto invoca la curiosità e l’innovazione. In queste due qualità c’è sempre una residua e resistente speranza: «Nel 1976 pareva che stesse crollando il mondo, eppure quello stesso anno è nata la Apple» (p. 125). E aggiunge: «In Italia non c’è un solo paese che non abbia una sua storia da raccontare. Chi può farci concorrenza in questo? Noi italiani abbiamo, dentro di noi, nei nostri geni, nel nostro sangue, le tracce del passaggio di tutti i popoli. Dovremmo portare in giro per l’Italia i giovani, dovremmo portare in giro gli stranieri. Farli stupire» (p. 126).

Stefano Franciolini, console onorario del Kazakistan, guarda oltre il Mediterraneo e vede un mondo che cambia: la globalizzazione classica si sta trasformando in una regionalizzazione del commercio, il Middle Corridoio tra Asia ed Europa si sta aprendo, le rotte artiche potrebbero diventare competitive (pp. 153-154). «La geografia è un vantaggio solo per chi sa organizzarsi», avverte Stefano Franciolini (p. 155). E aggiunge: «Il Kazakistan cerca il know-how della nostra piccola e media impresa. Chiedono alla nostra manifattura e al settore dell’agritech di stabilire la produzione in Kazakistan, creando joint venture» (p. 154). È un invito a un’internazionalizzazione molto più durevole e stretta di quanto si sia mai fatto in passato: smettere di esportare merci per cominciare a esportare “saper fare” e fabbriche.

LA LEZIONE DI COSTA

Cosa avrebbe detto Angelo Costa, oggi, di tutto questo? Probabilmente avrebbe ripetuto le parole che pronunciò nel 1971: «La struttura del paese, anche se malata, è ancora sostanzialmente sana. Gli italiani nella grande maggioranza hanno ancora voglia di lavorare anche se si fa il possibile per far loro passare la voglia. La virtù del risparmio è stata senza dubbio mortificata dai continui soprusi a danno del risparmiatore, ma fortunatamente il risparmiatore ha corta memoria e si può ritenere che sia pronto a dimenticare. […] Esiste una sola condizione: che si faccia una politica economica onesta. Una politica onesta può essere fatta solo da uno stato forte. Quando si dice stato forte non si intende certo uno stato poliziesco che comprima la libertà dei cittadini, ma uno stato che sappia difendere la libertà di tutti di fronte a soprusi non importa se di pochi o di molti» (p. 114). Angelo Costa scriveva una «politica economica». Noi potremmo dire: «una politica tout-court», onesta e coraggiosa.

Genova ha bisogno di reti forti, di visioni lunghe, di capacità e ardire. Ha bisogno, soprattutto, di ricordare che «il porto di Genova è di tutti gli italiani» (p. 20), che Genova è di tutti gli italiani e che, nell’essere di sé stessa, è anche del mondo, e che il suo futuro non è solo una questione locale, ma nazionale e internazionale. Occorre che ciò si senta, che sia fatto sentire. Come scrive Marco Vitale nell’introduzione, «Abbiamo nuovamente bisogno di ricostruttori della tempra morale e intellettuale e della fiducia nel popolo italiano, del tipo di Angelo Costa» (p. 12).

Cinquanta anni dopo, la sfida è ancora aperta. Le idee per vincerla ci sono. Ci sono anche il coraggio e l’azione? Si può andare d’accordo, quando il bene è comune ed è così “superiore” da parlare di “destino” e di futuro, proprio come in questo caso? [22082026]

“Riviera”, mostra personale di Carolina Italiani

presso Galleria Arte Studio, Genova, dal 22 al 30 maggio 2026

(di Stefano Termanini)

Non ci sono le cose e basta. Non c’è niente, là fuori, che, per esistere, non vada reinventato. La Riviera, a cui Carolina Italiani dedica la sua più recente personale, è, pur essa, un luogo di invenzioni, un olimpo di miti. Altrove e spesso abbiamo visto la Riviera ligure, resa quasi metafisica, meno forse per la virtù essenzializzante dell’arte che per l’immenso iato che oggi la separa da noi, inquartata tra le cornici degli oli di Rubaldo Merello e Domenico Guerello. L’abbiamo vista posata sulle lastre fotografiche di Alfredo Noack. Mitizzata nelle affiche che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, trasformarono la riviera dei sentieri impervi descritta nel Dottor Antonio di Giovanni Ruffini, nella Riviera dei Fiori e nella Costa Azzurra dei soggiorni eleganti, principeschi e alto-borghesi. Ne abbiamo letto: più recentemente nei libri di Maurizio Maggiani e Francesco Biamonti, per citare soltanto i maggiori e contentarsi di fare due nomi che da soli riempiano la scena; prima, e stando pur sempre con i grandissimi, nei versi di Montale e Sbarbaro; quindi, al tempo che il mito era appena in abbozzo, leggendo i fratelli Novaro e la loro «Riviera ligure».

Da quando il mito della Riviera si è formato, finanche da quando ha cominciato a consolidarsi, arricchendosi, poi, di ogni particolare, la Liguria ha cambiato anima e pelle. Le vecchie strade polverose, pericolosamente tagliate a mezza costa, la carrareccia accidentata tra Sanremo e Bordighera, dove miss Lucy, sbalzata, si rompe la caviglia e viene soccorsa dal patriota dottor Antonio, sono state sostituite da viadotti a quattro corsie (troppe per non violentare il paesaggio, eppure poche ormai per il traffico incalzante dei finesettimana!), nastri di cemento sospesi, che dal cielo gettano strisce d’ombra sulle valli tuttora ulivate di Diano, Alassio, Laigueglia, Imperia. I sentieri, quelli che restano, fanno parte della riserva indiana della FIE o del CAI, contrassegnati da bandierine e calcati, fino a che non emergano dal fondo le vertebre d’arenaria dell’Appennino, da entusiasti gitanti che, rigettate per sempre le crinoline di miss Lucy, salgono e scendono appuntati in maglie sgargianti di microfibra, scelte lungo le passerelle etichettate «escursionismo», nel labirinto sprizzante salute potenziale dei magazzini Decathlon.

La pelle, che era fatta di polvere luccicante di mare, è ora di futuristico acciaio, di pragmatico cemento. Rotto per sempre l’incanto, ora che preservare ha preso l’austero significato di proibire, ci si domanda se l’anima c’era. Se ancora c’è.

Mi pare che il punto sia qui – c’è sempre un “punto”, l’elemento che impedisce di compiersi al dramma frangibile della gravità; il “perno”, che regge, che motiva, che giustifica, che “tiene”. Dire quel che c’è dietro: dietro la bellezza della «Riviera», della «Liguria Verde», di cui ci narrano gli acquerelli di Carolina Italiani e le fotografie di Roberto Orlando.

Ogni volta che ho cercato di misurarmici, per immergermici e per raccontarla, ho trovato che la pittura di Carolina Italiani abbia la capacità di mettere a nudo, svelandoli senza mediazioni, gli elementi puri: il mare, il cielo del tramonto, le nubi, l’acqua e il vento, così come si intrecciano e si impastano durante una mareggiata; le rocce su cui l’onda si infrange. Questo mi piace forse più d’ogni altro carattere, il sapersi mettere a-tu-per-tu con le cose, e per la «Riviera» – proprio perché, trattando di «Riviera», prima delle cose, ci viene incontro il loro mito – mi pare che ce ne sia anche più bisogno. Perfino più dei colori, che Carolina Italiani dosa con sapienza sulla superficie della carta fin quando, coprendola, ne fa una superficie seconda, diversa e nuova. Nella pittura possono esservi gli oggetti – la pittura li riproduce e li contiene. Oppure le superfici. Mettere le superfici dentro la superficie fa parte del mistero dell’arte. Ci riesci non per caso. Ci riesci se sei un artista: sia che scatti con il pennello, come Carolina, sia che dipingi con l’obiettivo fotografico, come Roberto.

In uno dei suoi acquerelli, Carolina Italiani lo chiama: «Il respiro del mare». Quando si tratta di descrivere con il colore nelle sue velature, nei suoi impasti, nelle sovrapposizioni lievi, nelle densità dei pastelli, nella leggerezza via via più opaca dell’acquerello che vibra della tramatura della carta ove si posa, Carolina Italiani trova una sorta di suprema chiave d’accesso al mistero della natura, che è la sua bellezza. Il mare verde e oleoso, così come appare dinanzi alla baia di Niasca, quello azzurro, quasi lo si imprimesse sulla superficie dell’opera traendolo da dietro il vetro trasparente di un acquario insinuato nella baia di Portofino, tutto armonioso e ripensato; eppure tutto nell’ordine che la Natura stessa ha preordinato, che gli ha dato.

Il mare che s’arruffa cipiglioso, concreto e astratto nel «Tubo». La rappresentazione di un’onda che, pur riferendovisi — e come si potrebbe non farlo? — alla celebre onda di Hokusai, ha un piglio romantico e scapigliato, a differenza dell’estaticità simbolica del suo modello; il mare e il cielo di gommalacca, stesi a mattarello, attraverso la feritoia che s’affaccia sul porticciolo di Camogli nel quadro dello stesso nome («Camogli»). La distesa piatta, solenne, dove lo spazio e la luce diventano suggerimento di silenzio in «Tramonto a San Michele di Pagana», acquerello del 2025. E poi i cieli: i cieli corrugati, ove la tempesta s’irradia come acqua che penetra e si dissolve nelle petrose screpolature di un deserto, cieli che chiudono nell’armonia di un minuetto le giornate su cui, dominandole, si sono distesi come manti e l’hanno protette, che reggono, impenetrabili ai raggi di luce morente che annunciano il giorno che verrà – perché quella che ne decide l’esito è l’ora eterna e immota. Cieli alti anche quando sono bassi, luminosi, seppure il temporale è passato da poco o si attende vicino; cieli che fanno pensare a prospettive mentali, al luogo che non c’è, a un posto dentro di noi, a una ricerca che sta per finire senza essere mai cominciata, o che ricomincia ogni volta che viene tentata, perché, la prima volta che qualcuno ha intrapreso la via che oggi, per noi, è nuova, ciò che chiamiamo “tempo” doveva ancora inventarsi. Era nascosto dietro l’orizzonte. Niente mai c’era stato che ancora gli assomigliasse.

Immoti si presentano i cieli di Carolina Italiani, pur sopra una spiaggia assolata, come in «Spiaggia di San Fruttuoso», acquerello del 2026, o fanno corona a «La Baia dei Poeti», acquerello del 2026, dove è tutto un riflettersi e un cercarsi di azzurri: la piscina, l’ombra, il mare della baia, il cielo inossidabile sopra di essa. Talvolta sono chiazze oleose, dove la luce è protagonista e vi affonda, ottenute con liquide pennellate, distese carezze sulla superficie, tanto quanto la luce stessa nell’originale che si immagina e si trasforma; o tanto quanto doveva essere l’istante che nell’opera si ferma («Albero sul mare», 2026). Uguali si presentano gli azzurri del mare, del cielo e della terra, sia che Carolina Italiani li cerchi e li rappresenti come li ha visti al termine di qualche riuscita escursione alla «Spiaggia degli Inglesi a Bergeggi» (2026), o nella «Baia di Paraggi» (2026). O quando, pur conservando quella loro immota purezza, che li rende da mille altri diversi e distinti, si trovano a convivere con l’umanità che li popola, come per esempio in «Approdo a Portofino» (2026), o ancora nella «Spiaggia di San Fruttuoso» (2026).

Questa ricerca degli elementi puri – quello che c’era prima che la Riviera fosse mito e che esso si cristallizzasse – è ciò che più mi piace della rassegna che Carolina Italiani ci presenta in questa primavera del 2026, concatenando fra loro opere nuove e meno nuove, soggetti che nascono dall’osservazione diretta e soggetti che Carolina prende a prestito dalle immagini di Roberto Orlando, pubblicate in «Verde Liguria» (Stefano Termanini Editore). La catena, dicevo, il collegamento, l’impianto, il filo — che questa volta non è rosso, ma più che rosso è azzurro — lo si deve alla ricerca di un’essenza e di un racconto; più un’essenza, anzi, che un racconto. Perché se la Liguria è stata raccontata in letteratura e dai suoi poeti più grandi per il lavoro che l’ha forgiata, il lavoro che ha domato le sue asprezze, Carolina torna indietro, riavvolge il nastro, ci riconduce ai primordi, al prima che ogni altra cosa fosse.

Ciò non significa che la Liguria che qui ci viene offerta, nella doppia e complementare forma della «Riviera» di Carolina Italiani e nel «Verde Liguria» di Roberto Orlando, abbia perso la possibilità di essere raccontata, che non vi si possa, anzi, avanzare standovi dentro, come sarebbe camminare su un sentiero della nostra, aspra e sorprendente, regione. Le olive si raccolgono con le reti stese ai piedi di olivi centenari e sembrano un abito di luce (o d’acqua), così come nella fotografia di Roberto Orlando da cui Carolina Italiani trae ispirazione; e non v’è spazio per il lavoro dell’uomo che sparisce dentro i suoi timidi indizi. La progressione dei tronchi contorti assorbe la nostra attenzione e il nostro sguardo. Quel che ci avvince e ci “porta dentro” la storia che l’immagine narra è sapere che la loro contorsione non è opera umana, non lo è il declivio del pendio ove si radicano: le reti che vi s’appoggiano paiono dimenticate lì fin dalle premesse del mondo. Un paesaggio educato con la stessa armonia su cui si adagia il lavoro umano, quasi che fosse questa la cifra segreta della bellezza. Non c’è niente che l’oscuri, il rischio che vada consumata non c’è, né che altro, splendendo meno tenuamente, vi si sostituisca o l’accechi.

Fermo lo sguardo sulle quattro arcate dell’abbazia di San Fruttuoso, giù in fondo sulla scena: quattro gole, quattro ombre da cui si dipanano le quattrocento chiazze d’ombra sulla lucida superficie del mare. Per il volto delle case rivolte al mare, sabbioso anch’esso o del color della pietra, come sono di pietra in Liguria le spiagge, pezzi di scoglio frantumato dal tempo. Citando il mare che si insinua fra gli scogli, fra la scogliera di Nervi in un acquerello del 2019 («Nervi»), Carolina Italiani pare voler citare certe opere dei maggiori autori dell’Ottocento, alcuni esemplari della cui produzione si conservano proprio alla Galleria d’Arte Moderna (GAM). Davanti, sul mare, resiste quel plein air da cui certi antesignani, a cui la pittura di Carolina si ispira, hanno tratto il proprio modello dove l’hanno trovato: nel vero. E Carolina, pur consapevole della trasformazione culturale a cui mare e scogli e cielo e terra e vento e aria sono stati soggetti, ritorna alle sorgenti per riguardarle così come impone la superbia della terra o della regione che si propone di descrivere – la rifà da nuovo, senza filtro.

È lo stesso: dove la rappresentazione è più sintetica e macchiaiola come in «San Fruttuoso di Camogli», acquerello del 2024, e dove invece le striature del pastello indugiano con minuziosa penuria a secernere ogni scampolo d’onda quasi fossero fila di un pagliaio per un istante ricomposto e subito risfrangiato. Una forma fra l’infinito molteplice, un’istantanea del tempo, il momento in cui tutto potrebbe fermarsi per poi scomparire come in «Marina al tramonto» (pastello, 2026), e in «Verso sera» (pastello, 2026). In questa produzione più recente di Carolina Italiani gli elementi della natura si fermano; ad essi la pittrice è tornata e questi la carta ci ridà fermi, proprio perché fermi non stanno mai. Immobili perché sempre si muovono, vicini perché in realtà sono impossibili da afferrarsi e lontani – tanto da divenire addirittura remoti, immoti.

La ricerca di Carolina, nel più recente periodo che «Riviera» documenta, ferma l’armonia naturale. Dice che un momento equivale a sempre e lo fa anche nella sezione floreale, splendida per colori e forme e per l’accostamento con cui gli uni e le altre fra loro s’impastano: composizioni di fiori dipinte durante l’esposizione di Euroflora dello scorso anno, ispirate alle opere di Margherita Cao Caumont. La disposizione di forme e colori riempie lo spazio dell’opera, l’incipiente appassimento diventa qui luce, il colore sfavilla prima di imbrunirsi. L’arte effimera di Margherita Cao Caumont, la composizione di fiori e il suo fatale declino, durano nell’opera di Carolina Italiani. Non con il nitore di una foto, che, in questo caso, ne falsificherebbe la bellezza della tenuità, il carattere precario e transeunte. L’acquerello conserva, dei fiori, la luce brillante, il colore; ne suggerisce la fragilità; ne anticipa il rapido appassire. Mi riferisco, in particolare, a «Composizione di fiori 1» (2025), e «Composizione di fiori 2» (2025).

La sola storia possibile, ci dice questa nuova mostra di Carolina, è quella del tempo e del nostro più intimo desiderio di romperne lo schema perché ciò che accade una volta continui ad accadere — sia il tocco di luce sulle gocce d’acqua di un’onda sia il riflesso o la trasparenza di una baia, sia la disposizione dei colori, dei petali, in una composizione di fiori, sia il cielo che quasi si dissolve, oscurato dalla «Pioggia dei glicini» (2024), o bianco per il troppo calore che sale sopra la collina verdeggiante di Portofino in un pomeriggio d’estate, o quasi tragico, come dovrebbe esserlo ogni tramonto. Il tempo ci dice che ciò che esiste scorre e cambia, che niente può essere uguale a sé stesso.  Come nel frammento di Eraclito, anche soltanto il minuto che segue al minuto che è stato un minuto prima, già non c’è più. È andato via, è scorso. È caduto nella fossa del passato.

Questa è la lezione: l’arte ne è la medicina. Ora ciò che altrimenti sfugge si salda dinanzi a noi, per noi, intorno a noi. Quello che è trascorso forse non c’è più; forse c’è ancora sulla carta, nei colori, nell’impronta che guardando l’opera di Carolina Italiani si imprime dentro di noi, per continuare a esistere dove il tempo non ha potere, dove non giunge, dove non si conta.

Stefano Termanini (22 maggio 2026)

www.carolinaitaliani.it

Stricnina, polli e vecchi merletti: il delitto del Clorio

Se ne è parlato anche nel nostro libro “Tantasà. Dieci anni di Storie, Luoghi, Persone”, a cura di Enrico Beccaria e Luca Monti, Stefano Termanini Editore


SAN SALVATORE MONFERRATO (AL) – C’è un ingrediente che non passa mai di moda nella provincia piemontese: il mistero. Se poi lo si condisce con un pizzico di stricnina, un pollo arrosto (forse) colpevole e un protagonista che sembra uscito dalla penna di Emmanuel Carrère, il piatto è servito. Sabato 7 febbraio 2026, la Sala Polivalente di Palazzo Cavalli si è trasformata in un tribunale della memoria, un po’ teatro e un po’ seduta spiritica, per rievocare i fantasmi della cascina De Giorgis, nel quartiere del Clorio.

L’occasione? Un incontro organizzato dall’Associazione culturale Tantasà, guidata da Luca Monti, per disotterrare – metaforicamente, s’intende – la figura di Alfredo De Giorgis. Avvocato, chimico mancato, seduttore seriale e, secondo la sentenza dell’epoca, sterminatore della propria famiglia nel lontano 1946.

L’incontro si è aperto con un coup de théâtre. Luca Monti ed Elisa Molina hanno trascinato il pubblico direttamente in commissariato. Lui, commissario incalzante; lei, nei panni di una delle tante amanti del De Giorgis, svampita quanto basta per rendere l’orrore grottesco.
«Noi eravamo come due sposi novelli… lui veniva tutti i weekend a Pavia a trovarmi», recita la Molina con occhio sognante, difendendo l’indifendibile Alfredo. «Lui è sempre stato una persona buona, non posso credere che abbia fatto quello che dicono!».
La cornice è classica: il sinistro, avvolgente fascino del male. De Giorgis, il “Caligola del Piemonte”, aveva convinto la sua famiglia di aver mangiato un pollo avvelenato, inducendoli a prendere un antidoto che, ops, era stricnina pura. Un errore di laboratorio? Un piano diabolico? «La verità non c’è. La verità è quella che si crede», chiosa il Monti-Commissario. Parla la lingua del teatro, riecheggia il relativismo del cambio di scena. D’altra parte, quello che su proscenio è normalità, nella vita vera fa venire i brividi.

Ma il vero spettacolo è iniziato quando i Tantasà hanno rotto la quarta parete. «Come facciamo a raccontare questa storia senza offendere la memoria di sei morti, ma cogliendo l’assurdità del personaggio?», ha chiesto Luca Monti alla platea. E i presenti hanno risposto.

Il primo a prendere la parola è stato il signor Piero, memoria storica del paese, che ha riportato tutti con i piedi per terra, o meglio, al cimitero: «Quello che mi è rimasto impresso sono le bare. Quelle le ho ancora davanti agli occhi». Piero ricorda il De Giorgis come un uomo «strano», uno che «non frequentava tanto il paese», preferendo la vita mondana e, a quanto pare, una certa «mezza fidanzata a Vercelli». Voce di popolo? Verità? Chissà.

Poi è arrivata la scienza. Il dottor Edo Molina ha fornito una diagnosi postuma che nemmeno in un romanzo poliziesco… Secondo lui, De Giorgis era «un paranoico gravissimo». E attenzione, dice, perché «i paranoici sono persone intelligenti… ma se la legano al dito». Il dottore ha smontato la tesi dell’errore chimico con la freddezza di un anatomopatologo: la stricnina non è un farmaco da banco e De Giorgis, che giocava al piccolo chimico, sapeva bene cosa faceva. «Lui è sempre riuscito a far bella figura», ha aggiunto Edo, sottolineando il tratto manipolatore dell’omicida.

Il colpo di scena narrativo lo ha servito Roberto, che ha portato in sala il padre Renato (dieci anni all’epoca dei fatti) e un vecchio articolo di giornale riesumato da un cassetto. La domanda che aleggiava in sala era: ma la moglie Giovanna, che ha somministrato il veleno credendolo antidoto, era vittima o carnefice inconsapevole?
L’articolo letto da Roberto descriveva la consorte come «l’infaticabile aiutante negli studi» e «indispensabile assistente dei suoi esperimenti scientifici». Un dettaglio che getta un’ombra inquietante: era una partnership criminale o una devozione cieca finita in tragedia? «Un avventuriero in casa sua», lo ha definito Roberto, suggerendo che forse De Giorgis si sentisse stretto in quella vita di provincia.

Tra aneddoti su De Giorgis che investe ciclisti e scappa («Forse non era tanto avvezzo ai conti… scappi con la cassa!», ha ironizzato qualcuno dal pubblico ricordando le sue condanne per truffa), e lettere deliranti citate dal signor Mario («Lettere di un esaltato» scritte a uno zio gerarca al tempo della guerra d’Africa, nella quale, comunque, dice di ricordare che De Giorgis fosse stato decorato con MAVM!), il quadro che ne esce è quello di un narcisista patologico, affetto da ipertermia e ipertrofico in ogni suo gesto e azione.

«Ma voi cosa vorreste vedere in teatro?», hanno chiesto alla fine Luca Monti ed Elisa Molina, quasi sopraffatti dalla mole di materiale umano (e disumano) emerso.
La risposta non è arrivata univoca, perché, come ha ricordato qualcuno, a San Salvatore c’erano due fazioni: «I De Giorgisti e gli anti-De Giorgisti».

L’appuntamento è per il prossimo spettacolo. Riusciranno i Tantasà a mettere in scena l’indicibile senza trasformarlo né in tragedia né in commedia? Dando a ciascuno il suo? Non facendo giustizia, forse, perché troppo tempo è passato, ma dando un contributo alla migliore comprensione dell’umano? Poiché ciascuno è stato invitato a farlo, anche io, qui, voglio provare a dire la mia: a me pare che Alfredo De Giorgis abbia molto del Jean-Claude Romand di cui ha magistralmente scritto Emmanuel Carrère nel suo “L’avversario”. Forse nella vita di De Giorgis tutto era falso: la laurea, l’eroismo bellicista, la qualifica di “avvocato” e di “chimico”, magari anche la Medaglia al Valore. Ci sono archivi per queste cose e si può andare a controllare. Tutte maschere, come quelle di Jean-Claude Romand. Maschere diverse e intercambiabili, indossate da un abile seduttore, nodi di una rete che avviluppa e intrappola. Come uscirne, quando l’ombra dell’Avversario è ormai troppo prossima e incombente, se non si accetta di fare passi indietro?

Una cosa è certa: a San Salvatore, il pollo arrosto non avrà mai più lo stesso sapore. [s.t.]|