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Orizzonte | scadenza/deadline 16.7.2021

 


Potenzialmente collegabile alle due precedenti call (Passaggi e Conclusus), il termine “Orizzonte” che definisce questo numero della rivista è infatti altrettanto ampio e diversificato nel significato e, conseguentemente, nelle potenziali applicazioni.

Da un lato, la prima interpretazione definisce l’orizzonte come la “linea apparente, a forma di cerchio o di arco di cerchio, lungo la quale, in un luogo aperto e pianeggiante, il cielo sembra toccare la terra o il mare” (Treccani on line), mentre vengono poi segnalati altri significati, ad esempio quello connesso al teatro (“orizzonte” come denominazione del panorama di sfondo alla rappresentazione) o ancora quello astratto/metaforico, che vede nel vocabolo la possibilità di indicare lo spaziare della mente, la mentalità, il modo di ragionare.

Termine impegnativo, dunque, che assume in alcuni ambiti disciplinari –si pensi ad esempio alla rappresentazione- un ruolo determinante nelle scelte autoriali: dalla scelta del punto di vista e della linea d’orizzonte, nella costruzione della prospettiva, discende la leggibilità di ciò che è rappresentato, nella sua veridicità o nella sua forzatura, sempre e comunque scelta necessariamente consapevole e critica, fondamento essenziale della buona conoscenza e dell’applicazione di un metodo.

E se si amplia il campo e si guarda oltre l’orizzonte comune –appunto-, si scopre una incredibile gamma di possibili interpretazioni, tutte valide, verificabili e oggetto di altrettanti filoni di ricerca.

Illuminante, a tal proposito, l’editoriale di Marco Aime che segue e che ben illustra quanto sopra solo accennato. E con questo suo scritto, ringraziandolo, apriamo la call del quarto numero di GUD.

 

 

L’intera storia dell’umanità, anche se con intensità diverse, è segnata dalla ricerca del nuovo, dello sconosciuto, dell’ignoto. Raggiungere, cioè, o superare un orizzonte. È stata proprio questa voglia di scoperta, che ha fatto sì che da insignificante animale della savana, divenissimo Homo Sapiens. Ed è curioso che tutto sia iniziato con un cammino. Il grande paleontologo André Leroi-Gourhan, scrive a un certo punto del suo libro più bello, Il gesto e la parola, «tutto avremmo sospettato, fuorché essere cominciati con i piedi»(1), per poi concludere che la storia dell’umanità è fatta con i piedi.

Se non fosse grazie alla volontà (e alla necessità) di ricercare di terreni nuovi per sopravvivere, manifestata da qualche nostro lontanissimo antenato, noi oggi saremmo ancora tutti in una torrida depressione dell’Etiopia, dove è nata la nostra specie. Invece, passo dopo passo, i nostri lontani “nonni” si sono spinti fuori dal continente africano e hanno poco a poco colonizzato l’intero pianeta.

Siamo iniziati in cammino e abbiamo continuato a esserlo: l’intera storia dell’umanità è fatta di spostamenti, migrazioni, scoperte. Quello che accade oggi, quando sentiamo parlare di migranti, non è altro che il proseguimento di una lunga catena di movimenti in cerca di condizioni migliori.

Gli umani non hanno solo superato il limite del loro mondo originario, curiosità e bisogno li hanno spinti a superare anche altri limiti. I primi gruppi umani erano piccole bande di poche decine di individui, ma poco a poco abbiamo costruito delle comunità sempre più grandi, delle società ancora più estese e poi Stati, nazioni, imperi… In che modo siamo riusciti a stare insieme? Cosa ci spinge a costruire reti di relazioni così ampie? Ancora una volta è il superamento dell’orizzonte consueto a farlo. Solo grazie a un grande sforzo di immaginazione, siamo riusciti a pensare di appartenere a un’unica nazione, per esempio(2). Solo creando una narrazione più o meno veritiera, fondata sulle origini comuni e su un progetto futuro, è stato possibile costruire comunità così grandi, superando l’angusto limite territoriale, che caratterizzava le prime comunità(3). Per immaginarci italiani, o cristiani, musulmani, milanisti, dobbiamo immaginare che esistano altri italiani, cristiani, musulmani e milanisti al di fuori della stretta cerchia delle persone che conosciamo personalmente. E per farlo, dobbiamo superare un orizzonte. Detto in altri termini, è grazie alla cultura, capace di produrre simboli che vanno al di là delle nostre percezioni quotidiane, che riusciamo a stare (non sempre) insieme.

Non c’è popolazione umana che non abbia dato vita a credenze che possiamo definire “religiose”, qualunque sia la loro forma (monoteismo, politeismo, animismo, ecc.). Tutte le fedi si fondano sull’atto del “credere”, perché nessuno ha mai visto un dio con i suoi occhi, e ogni credenza è il frutto di una ricerca di qualcosa che sta al di là dell’orizzonte dell’umano, che va al di là della nostra comprensione quotidiana. Ogni religione cerca di dare risposte a domande che spesso non la trovano sulla base delle nostre conoscenze e capacità.

Anche se su un piano diverso la scienza si fonda sul desiderio di comprendere sempre di più il funzionamento della natura, andando anche al di là della realtà visibile. Basti pensare allo studio dell’atomo, dei tristemente attuali virus e batteri, delle nano-particelle e delle molecole. Quale sforzo di immaginazione dovette fare Isaac Newton quando, osservando una mela cadere a terra? E che dire di Albert Einstein, capace di intuire la curvatura dello spazio e di formulare una teoria, quella della relatività, grazie alla quale abbiamo compreso le più profonde relazioni tra spazio e tempo? Pensiamo anche alla matematica, che della scienza costituisce uno dei pilastri più robusti, cosa c’è di più astratto dei numeri? Eppure grazie a queste invenzioni della mente, riusciamo a organizzare l’intera nostra esistenza: dal peso del pane che acquistiamo, all’algoritmo di Google che ci consente di trovare ciò che cerchiamo, tutto si basa su numeri e calcoli. Inventare i numeri e organizzarli per utilizzarli non è stato forse il superamento di un confine, che ci ha portato a una realtà virtuale eppure così reale e utile?

La scienza è esplorazione teorica, ma i Sapiens fin dall’inizio della loro avventura, hanno esplorato anche il pianeta su cui sono nati e si sono sviluppati. In tutte le epoche c’è sempre stato qualche curioso, che voleva andare a vedere cosa c’era al di là della propria routine. Dal greco Erodoto che si mise a cercare popolazioni diverse dalla sua, per capirne le culture, a Cristoforo Colombo che si lanciò sulle onde dell’Atlantico per confermare le sue teorie, da David Livingstone che si avventurò nelle foreste africane a Jurij Gagarin che per primo salì nel cosmo sulla sua piccola navicella spaziale. L’elenco sarebbe lunghissimo, si potrebbero aggiungere gli alpinisti i quali, terminate le esplorazioni “orizzontali” del pianeta, si sono spinti alla conquista delle vette più alte e pericolose, come Reinhold Messner che ha anche dimostrato che un uomo può sopravvivere a quasi 9000 metri di altezza, nonostante la carenza di ossigeno.

Il superamento dei confini stabiliti è anche alla base dell’arte in tutte le sue forme. I grandi artisti passati alla storia sono quelli che hanno saputo andare oltre la forma convenzionale, da Rimbaud a Mozart, da Picasso ai Beatles, manipolando, mescolando, aggiungendo qualcosa di nuovo per dare vita a espressioni e contenuti che prima non c’erano. L’arte è una costante ricerca di novità, di innovazione e il suo fine spesso non è solo di creare bellezza, ma di far riflettere, di scandalizzare, di portarci uno sguardo nuovo su ciò che ci sta attorno.

Orizzonti, limiti, confini da superare dunque, ma allora potremmo chiederci: perché li creiamo se poi li vogliamo superare? Perché per convivere noi dobbiamo darci delle regole, porci dei limiti. È fondamentale farlo, non possiamo avere una libertà assoluta: non siamo (per fortuna) liberi di uccidere coloro che ci stanno antipatici o di passare con il semaforo rosso. Le regole ce lo impediscono, nel nome di un bene comune e collettivo. Abbiamo bisogno di limiti, ma i tempi cambiano e a volte quei limiti non sono più adatti. La ricerca ci offe nuove possibilità e rimodella i confini del possibile. Ecco perché la storia è il continuo evolversi di un confronto tra chi vuole conservare e chi vuole innovare.

 

Marco Aime
Professore ordinario in Demoetnoantropologia
Università di Genova

 

Note

1. A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi, Torino, 1977, p. 78

2. N.Y. Harari, Homo sapiens. Da animali a dei, Bompiani, Milano, 2014.

3. B. Anderson, Comunità immaginate, manifestolibri, Roma, 1983.

Horizon

The term “Horizon”, potentially linked to the two previous calls (Passaggi and Conclusus) and defining this issue of the magazine, is just as broad and diversified in meaning and, consequently, in potential applications.

On the one hand, the first interpretation defines the horizon as the “apparent line, in the shape of a circle or arc, along which, in an open and flat place, the sky seems to touch the earth or the sea” (Treccani online), while other meanings are then reported, for example the one connected to the theater (“horizon” as the name of the background panorama to the representation) or the abstract / metaphorical one, which sees in the word the possibility of indicating the space of the mind, the mentality, the way of thinking. 

A demanding term, therefore, which assumes in some disciplinary fields – such as the representation – a decisive role in authorial choices: on the choice of the point of view and of the horizon line, in the construction of the perspective, the legibility of what it is represented depends, in its truthfulness or in its forcing, always and in any case a necessarily conscious and critical choice, essential foundation of good knowledge and application of a method.

And if you open the field and look beyond the common horizon – in fact -, you will discover an incredible range of possible interpretations, all valid, verifiable and the subject of as many lines of research.

In this regard, the following editorial by Marco Aime is enlightening and well illustrates what is just mentioned above. And with this writing, thanking him, we open the call of the fourth issue of GUD.

 

 

The whole history of Mankind, even if at a variety of intensities, is shaped by the search for the new, the unknown, the undefined. That is, reaching or surpassing a horizon. It was indeed ‘this urge to discover’ that made us grow from an insignificant animal of the savannah into Homo Sapiens. It is curious that everything began as a journey. The great paleontologist André Leroi-Gourhan writes, at a certain point of his most beautiful book, ‘The gesture and the word’: “…we would have suspected everything of us, except that we had started with our feet” and he concludes that human history is made by feet”(1).

If it weren’t for the will (and the need) manifested by some of our distant ancestors  searching for new lands to survive,  we would still be in a torrid depression in Ethiopia, where our species was born. Instead, step by step, our remote “grandparents” made their way out of the African continent and gradually colonized the entire planet.

We were born walking and we have continued to walk: the entire history of humanity is made up of journeys, migrations and discoveries. What happens today, what we hear about migrants, is nothing but the continuity of a long series of movements in search of better conditions.

The humans did not only pass the limits of their original world, but their curiosity and need made them pass other limits as well. The earliest human groups were small bands of a few dozen individuals, but gradually we have been building larger and larger communities, even larger societies and then states, nations, empires… How did we succeed in staying together? What drives us to create such large networks of relationships?

Once again, what we need is to overcome our usual horizon (2). For example, we managed to think that we are part of a single nation only by means of a great effort of imagination (3). We were able to build such large communities only by developing a more or less truthful narration, based on common origins and a future project, so we overcame the strict territorial boundaries that determined the first communities. In order to imagine ourselves Italian, or Christian, or Muslim, or ‘Milanist’, we must imagine that there are other Italians, Christians, Muslims and Milanists outside the narrow circle of people we personally know. And in order to do so, we have to move beyond a horizon. In other words, it is thanks to our culture, which is capable of producing symbols that go beyond our daily perceptions, that we manage or try to live together.

There is not a human population that has not developed believes that we can define as “religious”, whatever their form is (monotheism, polytheism, animism and so on). All Faiths are based on the act of “believing”, because no one has ever seen a God through his eyes, and every belief is the result of a search for something that is beyond the ‘human horizon’, that is beyond our daily understanding. Each religion tries to give answers to questions that cannot be answered on the basis of our knowledges and capabilities.

Even if on a different level, Science is based on the desire to understand, more and more, how Nature works, and even transcends the visible Reality. Let’s just think about the study of the atom, of the unfortunately actual viruses and bacteria, of ‘nano-particles’ and molecules. What effort of imagination Isaac Newton had to make when he observed an apple falling to the ground? And what about Albert Einstein, who was able to intuit the curvature of space and formulate a theory, the theory of Relativity, which allowed us to understand the deepest relationships between Space and Time? Let’s think about Mathematics, which is one of the strongest foundations of Science: what is more abstract than numbers?

And yet thanks to these inventions of our mind, we are able to organize our entire existence: from the weight of the bread we buy, to the Google algorithm that helps us find what we are looking for: everything is founded on numbers and calculations. Was not the invention of numbers and their organization to apply them to our lives, a way which mankind followed to surpass a boundary? Wasn’t this the right way to get what we call the ‘virtual reality’, a reality which is both real and useful?

Science is theoretical exploration, but the Sapiens from the very beginning of their adventure, have been also exploring the planet where they were born and where they evolved. In all ages there has always been some curious person, who wanted to explore what was beyond his own routine. Starting from the Greek Herodotus who looked for populations different from his own in order to understand their cultures, to Christopher Columbus who sailed on the Atlantic waves to confirm his theories, from David Livingstone who ventured in the African forests to Jurij Gagarin, the first who reached the cosmos on his small spaceship.

The list would be very long. We could add the alpinists who, once the horizontal explorations of the planet were over, moved to the conquest of the highest and most hazardous peaks, such as Reinhold Messner who also demonstrated that a man can survive at an altitude of almost 9000 meters, despite the lack of oxygen.

Art, in all its forms, is also based on overcoming established boundaries. The greatest artists who have made history are those who knew how to go beyond the usual form, from Rimbaud to Mozart, from Picasso to the Beatles. They manipulated, mixed, added something new to bring to life expressions and contents that were not there before. Art is a permanent search for novelty and innovation. Art does not only targets to create beauty, but also to make us think, sometimes to scandalize us and to let us learn a new way of looking at the world around us.

Horizons, limits, borders to be overcome, then, but then we could ask ourselves: why do we create them if we, then, want to overcome them? Because in order to live together we have to give ourselves some rules, set ourselves some limits. It is essential to do this as we cannot have absolute freedom: we are not (fortunately) free to kill those we dislike or to go through the red traffic light. The rules prevent us, in the name of a common and collective good.

We need limits, but times change and sometimes those limits are no longer suitable. Research offers us new possibilities and

 reshapes the boundaries of the ‘possible’. This is the reason why history is the continuous evolution of a confrontation among

those who want to preserve and those who want to innovate.

Marco Aime
Full professor of Demoethnoanthropology
Università di Genova

 

Notes

(1) A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, Einaudi, Torino, 1977, p. 78

(2) N.Y. Harari, Homo sapiens. Da animali a dei, Bompiani, Milano, 2014

(3) B. Anderson, Comunità immaginate, manifestolibri, Roma, 1983