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Conclusus

Lo spazio interiore è una costante culturale, un universale condiviso da tutti gli uomini della terra(1). Non esiste individuo che non cerchi di definire un limite tra se stesso e quanto lo circonda, un recinto tra la dimensione intima e il paesaggio che la accoglie, una circoscrizione nell’ambiente esterno della sfera personale. Più che segnare il limite tra cultura e natura, tuttavia, la dimensione interiore finisce col produrre una relazione tra questi due termini. All’interno di tale dimensione, e della sfera domestica che ne è materializzazione sociale, si innesca, o può innescarsi, la relazione empatica tra l’individuo e lo spazio antropico che lo include e lo circonda, la simbiosi tra l’uomo e il luogo che abita. È qui che si concreta quella che possiamo chiamare la vocazione atmosferica dell’architettura. In questo termine, l’atmosfera non si presenta come una qualità autonoma degli oggetti architettonici, ma viene generata nell’individuo grazie alle proprietà di tali oggetti e al loro gioco intrecciato. «Ciò significa che le atmosfere sono qualcosa tra soggetto e oggetto. Non sono qualcosa di relazionale, bensì la relazione stessa»(2). Così, se alcuni luoghi e architetture ci trasmettono la percezione di qualcosa di buono, di intimo, di prezioso, dobbiamo ricordare che una percezione è tanto più stabile, quanto più lo è lo stimolo che la causa(3). In questa chiave, l’aspirazione dell’architettura a consegnarsi al futuro ci è sufficiente a credere che le tensioni emotive che instauriamo con essa, e che ci fanno stare bene, potranno esistere per noi all’infinito. Amerò per sempre Parigi, Roma o la casa dove sono nato, ci scopriamo a pensare. In questo modo, i recinti fisici che contengono le nostre vite, le case che abitiamo, non sono solo costruzioni materiali, ma luoghi che si gravano nel tempo di simboli e di messaggi, di aspettative e di delusioni, di giacimenti mnemonici e retorici. Nella casa, come in altre costanti dell’esistenza umana, il prezzo e il pregio vogliono identificarsi, senza tuttavia riuscirci con certezza e sempre. L’elemento resistente, in questa semplice equazione economica, è appunto la componente di relazione tra soggetto e oggetto architettonico, qualcosa di indefinibile ma tenace, poichè la casa, come ci ricorda Gaston Bachelard(4), è un corpus di immagini che restituiscono all’uomo ragioni o illusioni di stabilità. L’interruzione che la sfera domestica introduce nello spazio pubblico della città, impedisce, per chi a quella sfera appartiene, che ciò che è significato scorra via inavvertito, ma anche impone a tutti gli altri una soluzione di continuità che interrompe il fluire dei luoghi e la libera associazione di sensazioni che l’esperienza dello spazio e del paesaggio produce. Quante volte ci è capitato di trovarci davanti all’impedimento di un portone chiuso che ha interrotto il nostro progetto di esperienza di quell’architettura, che ci ha esclusi da quel posto che abbiamo immaginato, sognato, magari per anni? La preclusione ci trasmette, ogni volta e secondo i nostri codici, un messaggio sul significato sociale e personale della nostra condizione.

Il recinto dell’architettura, nel suo contemporaneo includere ed escludere, mette gli uomini davanti ad una continua assunzione di responsabilità, da qualunque parte del muro si trovino. Con queste premesse, il secondo numero della rivista GUD nell’anno 2020 intende raccogliere contributi di ricerca, di riflessione teorica, di analisi critica e di sperimentazione utili a comporre, nell’ampio ambito scientifico delle discipline del progetto, un quadro dei temi riconducibili al concetto di conclusus – luogo compiuto, identitario, definito e interiore – colto tanto nella prospettiva storica estesa, quanto nella presente condizione culturale e sociale.

Valter Scelsi. Genova, giugno 2020

 

Note:

1. Vedi quanto in Marco Aime, Il primo libro di antropologia, Einaudi, Torino 2008, p. 212.
2. Gernot Bohme, Atmosfere, estasi, messe in scena: L’estetica come teoria generale della percezione, a cura di T. Griffero, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2010, p. 92.
3. Edmund Husserl, Fantasia e Immagine, a cura di C. Rozzoni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, p. 16.
4. Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, trad. E. Catalano, Dedalo, Bari 2006, p. 45.

Conclusus

The innerspace is a cultural constant, a universal conception shared by all the peoples of the earth(1). There is no individual who does not try to define a boundary among himself and his surroundings, a fence between the intimate dimension and the containing landscape that welcomes it, a constituency in the external environment of the personal sphere. Rather than marking the boundary between Culture and Nature, however, the inner dimension ends by producing a relationship between these two terms. Within that dimension, and the domestic sphere that is its social materialization, there inserts or may be inserted the empathetic relationship between the individual and the anthropic space including and surrounding him, that is the symbiosis between man and the place he inhabits. It is here that what we can call the atmospheric vocation of architecture takes place. In this term, the atmosphere does not present itself as an autonomous quality of architectural objects, but can be considered as generated in the individual thanks to the properties of such objects and their intertwined play. «This means that the atmospheres are something between subject and object. They are not something relational, but they are the relationship itself»(2). Thus, if some places and architectures convey the perception of something good, intimate, precious to us, we must remember that a perception is all the more stable, the more the causing stimulus is like this(3). In this key, the aspiration of Architecture to surrender to the Future is enough, for us, to believe that the emotional tensions that we establish with it, and that make us feel good, can exist for us indefinitely. We can find ourselves thinking : “I will love forever Paris, Rome or the house where I was born”. In this way, the physical fences that contain our lives, that is the houses we live in, are not only material constructions, but places that are burdened with symbols and messages, expectations and disappointments, mnemonic and rhetorical deposits… as time goes by. In a ‘house’, as in other constants of human existence, price and value want to identify themselves, but they do not succeed with certainty and always».In this simple economic equation the resistant element is precisely the relationship component between subject and architectural object, something indefinable, but tenacious, because the ‘house’, as Gaston Bachelard(4) reminds us, is a corpus of images that gives back reasons or illusions of stability to ‘Man’. The interruption, introduced by the domestic sphere into the public space of a town, prevents, as for those belonging to that sphere, that its meaning may flow away inadvertently, but also imposes on everyone else a solution of continuity that interrupts the flow of places and the free association of sensations produced by the experience of space and landscape. How many times have we been faced with the impediment of a closed door that, interrupting our project of experience of that architecture, has excluded us from that place that we have imagined, dreamed, maybe for years? Foreclosure sends us, every time and according to our codes, a message about the social and personal meaning of our condition. The Architecture enclosure, in its contemporary including and excluding aspects, puts Men before a continuous assumption of responsibility, from whatever part of the wall they are. With these premises, in this year 2020, the second issue of the journal GUD aims at collecting contributions of research, theoretical reflection, critical analysis and experimentation in order to compose, in the broad scientific field of the disciplines of the project, a picture of the themes related to the concept of ‘conclusus’ – an accomplished, identity, defined and inner place- examined both in the extended historical perspective and in the present cultural and social condition.

Valter Scelsi. Genoa, June 2020

 

Notes:

1. See Marco Aime, Il primo libro di antropologia, Einaudi, Torino 2008, p. 212.
2. Gernot Bohme, Atmosfere, estasi, messe in scena: L’estetica come teoria generale della percezione, T. Griffero (Ed.), Christian Marinotti Edizioni, Milano 2010, p. 92.
3. Edmund Husserl, Fantasia e Immagine, C. Rozzoni (Ed.), Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, p. 16.
4. Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, trad. E. Catalano, Dedalo, Bari 2006, p. 45.

 

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