Perché vorrei che lassù sull’Appennino ci fosse una strada e quale nome vorrei che portasse

Tra il borgo di Bogli e Capanne di Carrega: una “via”, tra i boschi di faggi, intitolata al prof. Giuseppe Fogliani per collegare – a piedi, in bici, a cavallo – l’Alto Oltrepo e i sentieri del Parco dell’Antola

Questa storia comincia su una strada e racconta di una strada. Da allora, dai fatti di cui si leggerà, sono passati alcuni anni ormai, ma la strada, una almeno di quelle di cui si parla, è rimasta come allora; sempre la stessa. Ci sono passato un mese fa, era Ferragosto, e l’ho percorsa su e giù, a piedi e in bicicletta, cercando tra i miei ricordi.

Credo fosse il 2005 o il 2006 quando cominciammo a ragionare di un progetto che ci riempiva di entusiasmo e fu per caso e fu per la strada.

Quella volta mi ero messo in mente di prendere la provinciale che dal Pian dell’Armà scende verso Varzi, per salire poi per il sentiero (quasi una rotabile) che si arrampica sul monte Bagnolo e poi sulla tonda sommità alberata del Boglelio, lungo il tratto della Via del Sale che, in una ventina di chilometri, collega Varzi con il monte Chiappo. Sono valli ampie che culminano in vette erbose, queste. Pascoli e boschi che, chi non sa, potrebbe immaginare appena più che colline e che sono, invece, erti declivi gli uni, disseminati di erbe che profumano d’altezza, fitti e intricati gli altri. I boschi sono cedui. Faggi, roverelle, qualche aghifoglia, larici perlopiù o abeti, piantumati dalla Forestale una trentina di anni fa, quando ad ogni pioggia d’autunno pareva che tutta la parete sopra il borgo di Cegni, un ciglione misto di terra e pietre, dovesse smottare, magari addirittura travolgere strada ed abitato.

Lui era a bordo strada, camminava. Era la sua passeggiata consueta; la ripeteva ogni pomeriggio.

Passando, anche allora in bicicletta, lo salutai e mi fermai.

Da quanto non ci vedevamo? Da quindici, da vent’anni? Lui si ricordava di me ragazzo e, anche prima, ragazzino e poco più che  bambino. Si ricordava di quando, con altri amici della stessa età, costruivamo capanne e case sugli alberi. «C’era anche un tavolino. E una panca. E il forno», gli ricordavo, sorridendo. Avevamo costruito un nostro luogo, a misura nostra.

Quella volta, la prima dopo tanto tempo, ci riconoscemmo e ritrovammo quell’amicizia antica, che per me potrei dire quasi originaria. Cominciammo così a parlare dei boschi, delle valli, dell’aria pura, dell’acqua delle sorgenti, dei sentieri. Era chiaro che l’economia di quei luoghi stava cambiando e non era colpa di nessuno – non del poco dinamismo degli albergatori, non degli investimenti troppo poveri – se la gente preferiva andare altrove. Tasse e costi troppo alti: i ristoranti, gli alberghi non ce la facevano a restare aperti tutto l’anno. Cambiamenti di mentalità: gestori di alberghi e ristoratori non trovavano più personale; i borghi della valle si erano svuotati e cameriere e cuoche parlavano ormai lingue dell’Est Europa. «Per ora ci sono gli anziani, che resistono. Ma poi?», mi diceva. Quando andava in pensione un ristoratore o un albergatore c’era da sperare che non avesse nessun altro posto in cui andare, così restava lì, a fare, nonostante la pensione, il lavoro che aveva sempre fatto, sino alla fine dei suoi giorni. Se il suo orizzonte era più ampio, se aveva alternative, come figli che lo aspettavano in città o all’estero, partiva tirandosi dietro una porta sgangherata e chiudendola su un passato senza rimpiazzo che, da allora, sarebbe andato sgretolandosi.

Artana (da Altavaltrebbia.net)

Resistevano, gli anziani, nei borghi-fantasma di Artana, Suzzi, Tartago. In quanto ad abitanti, sono quelli messi peggio. A Bogli, che pure ha la fortuna di essere luogo d’origine dei Toscanini e che potrebbe illustrarsi per aver dato i natali ai nonni e ai genitori del grande Arturo. Finiti gli anziani, finiti paesi interi. Li vedi, passandoci sotto il bel sole di luglio e agosto, attraversando le strade lastricate, quando le migliori fra le vecchie case di pietra sono comunque abitate da quelli che hanno la nostalgia del ritorno. Ma tante sono le case ormai chiuse da un decennio e anche più, coi muri che si coprono di muffa e si sgretolano e ovunque – prestampati, di quelli che si compravano nelle cartolerie, gialli o color verde acceso – leggi cartelli «Vendesi», con sopra numeri di telefono, scritti in grosso, a penna e pennarello, e anche quelli scoloriti, che ti viene il dubbio che, se chiamassi, dall’altra parte, da molto ormai, non ci sarebbe più nessuno a risponderti.

La gente va sul Mar Rosso. Prende un low-cost. Va alle Canarie. Mette il costume da bagno e i bermuda dentro un bagaglio da cappelliera (come, con una certa ostinazione, insegnano a dire alle hostess) e staccano la spina. Finita l’epoca delle villeggiature, delle vacanze lunghe, famigliari, dei picnic in giacca e pantaloni di fustagno, delle passeggiate, della restituzione di visite di cortesia tra vicini di villa e finita l’epoca successiva delle villette a un’ora dalla città, meta di respiro e di ristoro, oggi che il tempo si è messo a correre a rompicollo e che case e casette sono diventati beni costosi, bersagli per l’Agenzia delle Entrate, porti sicuri di una tassazione famelica che astrusamente scambia per beni di lusso luoghi quasi antichi in cui, tra i tesori semplici di piccole pergole e alberi da frutto, scorreva un tempo sereno per le famiglie che si ritrovavano, nella gioia del ritorno a casa, sul fondo del lento avanzare, ricco di scoperte, di estati culminose e sovrane, tanto diverse dalle nostre, costellate di crisi, nevrotiche, singhiozzanti.

Oggi si corre. Oggi si deve correre. «Arrivano e vanno», mi diceva. «Andato, venuto, mangiato, bevuto. Tutti così, oggi. I giovani». Lo diceva e sospirava. Non era colpa loro, in fondo. Non era colpa di nessuno. Era il mondo e il modo in cui si era messo ad andare.

Ma fu così che, quella volta, a bordo strada, guardando le valli e i boschi, parlammo tanto a lungo che io saltai la mia prevista gita e nacque fra noi un progetto. Un progetto per una strada, perché, come mi diceva quella volta e molte altre: «Se c’è una strada, anche se ci passi veloce, ci passi. Ma se la strada non c’è, queste zone, tutte queste zone – si accompagnava con un gesto armonico, fluttuante, da direttore d’orchestra – muoiono».

L’idea si confronta con la realtà: un sopralluogo sopra Bogli

Casa Toscanini a Bogli

Passarono una, forse due, settimane. Continuammo a ragionare sul progetto della strada.

Poi, una volta, quasi a bruciapelo, mi domandò: “Ci andiamo insieme? Mi accompagni?”

Gli feci cenno di sì ancora prima di dirlo: “Ma certo!”.

Salii a prendere l’auto, parcheggiata sul ciglio della strada, e imboccai la discesa che porta davanti all’Albergo. Era già lì, con il suo bastone, il manico ricurvo e il puntale.

Andiamo.

La provinciale entra subito nella faggeta; si interrompono i raggi del sole, si sente la freschezza dell’ombra. Si scende, si passa sotto la seggiovia, allora in funzione. E poi attraverso una grande radura. Sono i pascoli dell’Alto Oltrepo (lui preferiva scriverlo senza l’accento. Mi diceva che, quando scrivevi Po, non l’accentavi). Una gettata di sguardo alle due o tre cime, sulla sinistra e davanti: il Lesima, dove salì Annibale e dove ora permanentemente svetta la cupola di un radar per il traffico aereo civile, l’Alfeo, coperto di boschi, raro a concedersi, la guglia obliqua del Cavalmurone e le sue tre gobbe, simili alle due di un cammello. Le due di un cammello più una. Noi andavamo da quella parte.

Un piccolo tornante, un incrocio, un passaggio veloce dinanzi alla cappella degli Alpini, dove lui si segna in ricordo dei caduti della vita, poi di nuovo nel bosco. Giriamo verso la val Boreca prima di valicare il passo che, da Capanne di Cosola immette in val Borbera e andiamo giù, verso i prati di Artana, che luccicano d’erba verde, più lustra per la recente pioggia. La strada per Bogli è in terra battuta e io rallento, per non scuoterci troppo e per difendere gli pneumatici della mia affezionata macchinetta.

“È stato qui – mi indica la guglia del Cavalmurone, che verso Bogli è a perpendicolo e di sasso – qui che, durante la guerra, si è schiantato quell’aereo”. Ma il bosco deve essere ricresciuto e così il prato e la roccia di quell’impatto non deve aver risentito che poco, perché la montagna, a me che non sapevo, pare intatta e bella come ogni altra.

“Fermiamoci”. La strada fa un ampio giro, su se stessa. C’è un tavolo, di legno, e due panche e noi parcheggiamo lì vicino, mezzo sul prato e mezzo sulla pista di polvere bianca.

“Si passerà così”, fa segno con il suo bastone, “scendendo verso la strada dove siamo, da quella spalletta lassù”. Mi indica il punto in cui il Cavalmurone scende, all’innesto con il Legnà, che si protende, invece, dall’altra parte, come una terrazza che va restringendosi fin quasi a diventare un trampolino, sulla val Borbera. È una specie di valle, una gola, un valico. “Da quel punto. Ci sono stato una volta, tanti anni fa. Ero con …” e fa il nome di un amico scomparso. Ricorda che c’era del bestiame al pascolo e una fontana, dove gli animali andavano ad abbeverarsi. Poi comincia a salire, su per la mulattiera che punta dritta verso il valico, prima inclinata e poi erta. Ha l’entusiasmo di un ragazzo, mentre mi racconta come saranno quei luoghi quando la via vi sarà stata tracciata. “Sarà uno sbocco. Un collegamento. Come togliere un tappo. Se non lo facciamo noi, questi luoghi… questi luoghi moriranno”. Si gira intorno, nel dirmelo, un cenno appena; quel che basta a darmi una prova del suo pensiero. E quanto dice è più che vero, è evidente: sotto di noi, il campanile della parrocchiale di Bogli suona il mezzogiorno; il suono si alza, baritonale, e altri suoni rispondono, più lontani, più argentini, più lievi. Suonano le campane delle chiese di Artana, Suzzi, Belnome, Tartago. Meglio si sentono quelle di Pej, che pure è più lontano, e qualcosa si indovina provenire da altri campanili, profondi nella valle Staffora. Controlla l’ora, pensa che è già tardi. “Eh sì, si vede, si vede chiaramente. Non ci sono dubbi: lasciando fuori il Rondino, si deve passare da qui. Poi sul fianco del Carmo, per scendere quindi vicino alle Capanne di Carrega. Dalle Capanne di Carrega alla strada di Bogli: ecco fatto! Poi, da una parte verso l’Alto Oltrepo, dall’altra verso il mare. Fino a Portofino”.

L’idea che si potesse andare avanti, scavalcando quelle montagne, e scendere, scendere in poche ore appena, fino ad arrivare al mare, lo riempiva di entusiasmo. Poi si fermava, mi diceva che forse era ora di tornare e che, intanto, avevamo visto. “Qui c’è spazio. Questa non è una mulattiera, non è nemmeno una carrareccia. Questa è un’autostrada!”.

Rotava su se stesso, ammirava ancora una volta il panorama, bellissimo e selvaggio. Mi ricordava ancora una volta, come se ci legasse un giuramento, un patto cavalleresco e in ogni modo sacro, che avevamo il compito di impedire che quel più remoto cuneo d’Oltrepo morisse. Quindi, con un velo di tristezza, riavviandoci verso l’auto: “Ma ha ragione il parroco di… Noi, questa strada, non la vedremo”.

Era triste dire che non l’avremmo vista e io mi provavo a contraddirlo. La vedremo, la vedremo, gli dicevo; e, nel dirlo, lui mi pareva così saldo, così inossidabile, così pieno di fede e di ottimismo e di voglia di vivere e di inspirare ogni sorso di quell’aria mezzo montana e mezzo marina (come usava dire), che ci credevo veramente. Ora, però, lo sappiamo che non è andata così. Che avevano ragione il parroco e lui. La strada non c’è ancora, forse non ci sarà mai. E lui non c’è più.

Ma se ci fosse, quella strada fatta perché l’Oltrepo che tanto amava vivesse, vorrei che portasse il suo nome. Sarebbe giusto che lo portasse, sarebbe dovuto. Che quella strada che dalle Capanne di Carrega sbocca sulla spalletta del Carmo e gli gira attorno, passa per i boschi che fiancheggiano il Rondino, sale sulla radice del Legnà e quindi sbivia verso il bosco che, sotto le rocce aquiline del Cavalmurone (quelle che videro schiantarsi l’aereo durante la guerra), si apre sulla strada, allora bianca e oggi asfaltata, per Bogli portasse il suo nome: «Via Giuseppe Fogliani». Così dovrà chiamarsi, quando sarà. Lui se l’è meritato. E sarà una strada alta, tra il bosco e il cielo, una via da cui si dominerà la valle di qua e di là: i boschi della val Boreca, i campanili, i grumi di case; il serpente argentato del Borbera e perfino un pezzo di mare. Il giorno in cui esisterà, la Via Giuseppe Fogliani sarà profumata di mare e profumata di monte, piena di sole e protetta dalle foglie di faggio, da cui filtra un’ombra come di smeraldo. Sarà degna di lui. Bisogna pensare in grande: sempre, diceva. Pensare in grande e guardare in alto, perché nel piccolo… nel piccolo “si può soltanto cadere. In caduta verticale”.

Il dono di serenità operosa delle lunghe estati trascorse al Pian dell’Armà

Giuseppe Fogliani al Pian dell’Armà ci veniva da cinquant’anni. Sessanta? O forse dagli Anni Cinquanta? Chissà. Di quello spicchio di Oltrepo era una parte d’anima. Saliva a giugno, finiti gli esami, con il suo rumoroso “Maggiolone”. Sugli alberi, appena finite le piogge della primavera, allora scoppiavano verdissime le foglie dei faggi. Ci stava fino a settembre, quando, chiusa la stagione dei temporali di fine agosto, il cielo tornava sereno, altissimo, l’aria limpida e pura e nuvole alte come torri d’avorio si spostavano candide e lente, simili a velieri in panna, in uno spazio immenso e spirituale.

All’Albergo dell’Armà prendeva due stanze: una per sé e per la consorte, la sua “diuturna sentinella”, come tanti anni più tardi scrisse, dedicandole il suo ultimo libro, dopo che ella lo aveva lasciato solo partendo tanto prima di lui per il suo viaggio estremo, e una per i suoi libri, le sue carte, i suoi progetti. Una come camera e una come studio, con il tavolino contro il muro esterno imbiancato a calce, sotto la finestra affacciata sul profilo famigliare e confortante del monte Lesima.

Nella sala da pranzo, da quando ne ho memoria, il suo tavolo era quello d’angolo, rotondo come era rotonda la tavola dei cavalieri di re Artù e aperta all’ospite come quella. La vista era la stessa della camera e dello studio. C’era, in più, uno spicchio di paesaggio, carpito e messo nella cornice della finestra, tra la vetta solare e trilobata del Cavalmurone e quella ombrosa che emergeva dalla ziggurat del monte Alfeo, troncopiramidale e remoto.

Il suo progetto Giuseppe Fogliani lo teneva sempre accanto a sé: ne aveva una copia in camera e una sul tavolo da pranzo. Si riparlava di una strada, di una via, uno «sbocco perché queste valli non muoiano», tra il monte Carmo e Capanne di Cosola. Il primo a parlargliene era stato – mi raccontò – il parroco di … Tanti anni prima. Proprio così: «Una via – aveva detto – che collegherà la valle Staffora, la val Boreca, la val Borbera, ma che noi, ahimè, noi non vedremo…»

Lui aveva, in realtà, una voglia matta di vederla, la sua via, e di cercarne il percorso, per salvare le “sue” montagne. La cercò per anni, passeggiando e chiedendo a chi faceva escursioni da quelle parti, quando passeggiare per erti sentieri gli divenne, per l’età, difficile o quando, per le condizioni del suo cuore, gli venne proibito. La cercammo insieme. E la trovammo, anche. Ho un ricordo di noi, seduti attorno al suo tavolo da pranzo, a metà pomeriggio, a guardare foto e cartine. E ne ho molti altri, uno, l’ultimo, ambientato nella sua camera presso la Fondazione Conte Cella di Rivara, dove si è compiuto il tempo della sua lunghissima e operosa vita, quando andai a trovarlo, dopo aver fatto io stesso il percorso.

«L’abbiamo trovata!» esordii quella volta. Ci sentimmo giunti alla meta della nostra ricerca. Eravamo felici. «Ora – ci dicemmo allora e vale anche per oggi – occorre che ci si metta di mezzo un ente parco. O la Federazione Escursionisti o il CAI. E che realizzi, con noi, quanto per tanti anni abbiamo pensato».

Tra il borgo di Bogli e Capanne di Carrega, salendo dal m. Cavalmurone, aggirando il m. Rondino e passando sulle pendici del m. Carmo: ecco come dovrebbe essere il percorso della strada Giuseppe Fogliani

Quando i progetti sono tanti così e, poi, così grandi, è possibile che ci travalichino. Alcuni si mettono nel cassetto per chi ci sta accanto  o per il futuro, quando ci sarà l’occasione buona, il momento opportuno, l’incontro giusto. Altri – e sono, per persone della tempra di Giuseppe Fogliani, la maggior parte – si tengono sul tavolo e ci si lavora sempre. Per tutta la vita, cercando e ricercando, per farli nascere, come pazienti e sapienti levatrici. Altri, infine, si donano a chi verrà. A chi raccoglierà il testimone.

Il Rinascimento dell’Oltrepo Pavese…, un libro-summa, in cui Giuseppe Fogliani raccolse la sua storia e il suo immenso “progettificio”

la copertina del libro

L’enorme “progettificio” di Giuseppe Fogliani egli volle raccoglierlo, negli ultimi anni, in un libro che è una summa. Il titolo è lunghissimo e riflette l’ampiezza delle argomentazioni (e delle possibilità in nuce): Il Rinascimento dell’Oltrepo Pavese culla storica della vitivinicoltura italiana come pure di zooagricoltura attraverso: l’arte, la letteratura, la musica, la storia, la geografia, la scienza e la cultura. Ci lavorammo per quasi due anni prima che vedesse la luce. Il concetto stesso di libro – mi accorsi, nel frattempo – era al tempo stesso adeguato e incongruo: un libro ferma e tramanda e ciò andava pur bene; ma è, anche, un’opera chiusa. Giuseppe Fogliani avrebbe desiderato un libro elastico, così come era elastica e fluida la sua creatività. Oppure un libro “aperto”, che ogni mattina si disfacesse e che alla sera fosse rifatto. Quando arrivammo alla fine, poiché aveva sempre nella mente e nel cuore il suo Oltrepo, decise che una copia del libro dovesse andare in dono a ciascun Sindaco di ogni Comune dell’Oltrepo. Gettava il testimone, proprio come fanno i veri maestri, come fanno i veri scienziati, perché chiunque potesse raccoglierlo. Ricordo ancora quel pomeriggio di inizio agosto in cui lasciai scatole di libri, odorosi di stampa e colla, preziosi per il loro patrimonio di idee e di storia, presso la cantina di Riccagioia, il cui Direttore si era gentilmente offerto di realizzare l’intenzione dell’Autore: far pervenire il libro-testimone ai Sindaci. Forse Giuseppe Fogliani si sarebbe meritato (così come si attendeva) riscontri e confronti. I quali, purtroppo, non ci furono. E fu – credo – una delusione.

La Formazione, l’accademia, i progetti. L’incontro con Caravaggio

il professor Giuseppe Fogliani, fitopatologo, instancabile ideatore e progettista di cultura (Broni 1922 – 2019)

Di se stesso, ricordando la sua formazione, amava dire “figlio di agricoltori cresciuto alla corte dei signori”. I suoi avi erano, infatti, proprietari di terre, che amministravano direttamente. Lui diceva “agricoltori” – e c’era molta nobiltà in quella parola. Quando, invece, raccontava di essere “cresciuto alla corte dei signori”, si riferiva al periodo (1945-49) trascorso a Rocca de’ Giorgi, presso la famiglia Giorgi di Vistarino, epoca quasi mitologica nel suo racconto, durante la quale aveva gettato le basi dei suoi primi studi di fitopatologia e aveva imparato – lo diceva – tanto altro, sulle persone, la distinzione, la signorilità e su come il mondo vada.

Ma diceva ancora, descrivendosi, di essere stato sempre: “con un piede in campo e la testa sui libri”. Gli piacevano molto queste formule, che coniava per sé, per gli altri, per i luoghi, per i suoi obiettivi, fino a farle diventare simili a proverbi, limpidi e divertenti. “Con un piede in campo” era un richiamo alla concretezza e quella della terra è massima. “La testa sui libri” evocava la scienza, la ricerca, quel sapere universitario che metteva al di sopra di ogni cosa. Ex aequo soltanto con la signorilità.

Diceva spesso anche delle ricerche condotte all’estero, in Portogallo (1957-59) e in Argentina (1989-90), e del suo lavoro di professore universitario, prima a Milano (1949-1964), quindi all’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Piacenza  (1965-1992), periodo, quest’ultimo, durante il quale aveva creato il Centro Lombardo di Studi Vitivinicoli di Riccagioia, in collegamento con l’Università degli Studi di Milano, e aveva diretto la Fondazione Agraria C. Gallini di Voghera (poi ERSAF). Di questo racconto esiste anche una versione scritta, da lui stesso redatta, nella prima parte del volume già citato Il Rinascimento dell’Oltrepo Pavese… È questo stesso volume che contiene anche i suoi progetti, tutti scaturiti da intuizioni interculturali, brillanti anche quando di difficile realizzazione, spesso geniali; non pochi dei quali, purtroppo, resteranno sulla carta. L’Oltrepo, nel libro, si descrive come una terra al crocevia di incontri culturali fra i più illustri e nobilitanti. Su questa falsariga, Giuseppe Fogliani aveva progettato e fatto disegnare un marchio, in cui si riunissero le effigi di Virgilio, Aristotele, Dante, Galileo, Vivaldi e Leonardo da Vinci, disposte attorno a un particolare della Canestra di frutta di Caravaggio, marchio che egli definì «Trilogia multicentrica del Made in Italy lombardo» e che bene si accostava con il marchio, descritto nel libro e depositato, del «GRAAL», ovvero il «Garante Responsabile Agroalimentare e Ambientale Lombardo»: un altro straordinario progetto che molto a lungo meditò, per affinarlo, e che nel libro viene puntualmente descritto.

Era autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche, tra fitopatologia e bromatologia, fece centinaia di interventi in convegni, simposi, tavole rotonde, molti altri ne organizzò, ma una fama imprevista presso il largo pubblico, al di fuori dell’ambito universitario, gli venne quando, a seguito di una tesi di laurea del 1978, in seguito brillantemente discussa dal suo candidato, dottore in Agraria Paolo Derchi, Giuseppe Fogliani riconobbe che Caravaggio, nei suoi dipinti, non si era limitato a dipingere patologie vegetali immaginarie e simboliche, ma che le aveva descritte con puntualità e conoscenza diretta. Per la precisione con cui Caravaggio dipinse le malattie delle piante, sulle foglie della Canestra di frutta e nel grappolo sorretto dal Bacchino malato, Giuseppe Fogliani lo definì: «pittore fotografo e fitopatologo ante litteram». Alle malattie descritte da Caravaggio nei suoi quadri, tutte riconosciute, Giuseppe Fogliani diede un nome: nella Canestra di frutta dell’Ambrosiana Caravaggio aveva dipinto affezioni di virosi della vite, nel Bacchino malato la botrytis cinerea, nella Cena in Emmaus la mela sul tavolo è intaccata a causa di malattie fungine, venturia inaequalis, monilia o botrytis. Con questo quadro, descrittivo e simbolico, disse che il pittore aveva desiderato «porgere al credente la possibilità di raggiungere la purezza e quindi l’integrità morale e spirituale dell’anima» e «ai comuni mortali la possibilità di intervenire a difesa delle produzioni alimentari, per preservarle dalle diverse malattie, procedendo con appropriate tecniche […], in modo da permettere così il raggiungimento della difesa della salute del corpo» (Il Rinascimento…, cit., p. 27). Per queste sue scoperte, che permisero anche di retrodatare la comparsa di alcune patologie vegetali in Europa, mentre fino ad allora si era pensato che fossero state importante dall’America, Giuseppe Fogliani meritò l’attenzione dei media mainstream, tenne conferenze, entrò in corrispondenza con i più illustri storici e critici dell’arte italiani (in particolare Mina Gregori, ma anche Vittorio Sgarbi e altri). Da Caravaggio la sua ricerca si estese ad altri artisti e letterati, che pure avevano descritto patologie vegetali: così, per esempio, la sua ricerca approdò ai sonetti delle Quattro stagioni di Vivaldi, dove si trovano descrizioni di danni da vento (primavera), da grandine e siccità (estate), da piogge eccessive e sbalzi termici (autunno), da gelo (inverno) e alla Divina Commedia, perché, come mi diceva, «Dante aveva imparato l’agricoltura dai benedettini, che, avendo trasformato intere regioni italiane, facendole diventare, da incolte che erano, terrazzate e fertili, la sapevano lunga». La vigna – mi diceva – «imbianca se il vignaio è reo» (Par. XII, 86-87) e «la pioggia continua converte in bozzacchioni le susine vere» (Par., XXVII, 125-126): dunque Dante aveva conosciuto sia il mal bianco della vite sia la taphrina pruni.

Tante volte gli ho chiesto, dopo aver compiaciutamente condiviso con lui l’apprezzamento per quel Sommo Poeta che, oltre alla teologia e alla giostra umana, così bene conosceva l’agricoltura: «ma che avrebbe dovuto fare, secondo Dante, il vignaiolo per non essere reo?». Lui mi rispondeva: «La domanda è buona. Chissà quali rimedi Dante aveva in mente contro l’oidio. Forse i Benedettini avevano qualche ricetta per contrastarlo». Quindi si riprometteva di fare una ricerca apposita.

A Caravaggio, la città, dopo aver pubblicato una sintesi delle sue ricerche nel libro Caravaggio un fitopatologo “ante litteram” (Bell&Tani), lo accompagnai nel settembre 2012, quando, alla presenza del Sindaco e dell’amministrazione comunale, tenne, con la figlia prof. Maria Teresa Fogliani, storica dell’arte, una conferenza a metà fra arte e fitopatologia, che qui desidero riproporre, rarissimo documento orale, nella registrazione che ne fu fatta, in presa diretta, in sala. Voglio ricordare che vi andammo in virtù di un collegamento, di cui fui mediatore, stabilito tra Giuseppe Fogliani e Caravaggio da Carlo Castelli che ne era originario, altro carissimo amico che qui mi piace ricordare, perché anche lui, purtroppo, scomparso … [© settembre 2019 – stefano.termanini@gmail.com]

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